sabato 18 marzo 2017

RECENSIONE - Ciò che inferno non è - Alessandro D'Avenia

Hello!

Oggi vi parlo un po' di un libro abbastanza recente, molto conosciuto e molto amato, che è piaciuto tantissimo anche a me.

RECENSIONE
CIO' CHE INFERNO NON E'
Alessandro D'Avenia

TRAMA: Don Pino sorride. Un sorriso strano, quieto, come emerso dal profondo del mare quando la superficie è in tempesta. Mi ricordo ancora la prima lezione con lui. Si era presentato con una scatola di cartone. L'aveva messa al centro dell'aula e aveva chiesto cosa ci fosse dentro. Nessuno aveva azzeccato la risposta. Poi era saltato sulla scatola e l'aveva sfondata. «Non c'è niente. Ci sono io. Che sono un rompiscatole.» Ed era vero. Uno che rompe le scatole in cui ti nascondi, le scatole in cui ti ingabbiano, le scatole dei luoghi comuni, le scatole delle parole vuote, le scatole che separano un uomo da un altro uomo. Federico ha diciassette anni e il cuore pieno di domande alle quali la vita non ha ancora risposto. La scuola è finita, l'estate gli si apre davanti come la sua città abbagliante e misteriosa, Palermo. Mentre si prepara a partire per una vacanza-studio a Oxford, Federico incontra "3P", il prof di religione: lo chiamano così perché il suo nome è Padre Pino Puglisi, e lui non se la prende, sorride. 3P lancia al ragazzo l'invito a dargli una mano con i bambini del suo quartiere, prima della partenza. Quando Federico attraversa il passaggio a livello che separa Brancaccio dal resto della città, ancora non sa che in quel preciso istante comincia la sua nuova vita, quella vera. La sera torna a casa senza bici, con il labbro spaccato e la sensazione di avere scoperto una realtà totalmente estranea eppure che lo riguarda da vicino. È l'intrico dei vicoli controllati da uomini che portano soprannomi come il Cacciatore, 'u Turco, Madre Natura, per i quali il solo comandamento da rispettare è quello dettato da Cosa Nostra. Ma sono anche le strade abitate da Francesco, Maria, Dario, Serena, Totò e tanti altri che non rinunciano a sperare in una vita diversa, che li porti lontano quanto il pallone quando lo si calcia fortissimo nel campetto di terra battuta. Le strade dove si muove Lucia, che ha il coraggio di guardare il mondo con occhi luminosi e di non voler fuggire, perché il solo lievito per un cambiamento possibile è nascosto tra le mani di chi apre orizzonti dove il destino prevederebbe violenza e desolazione. Con l'emozione del testimone e la potenza dello scrittore, Alessandro D'Avenia narra una lunga estate in cui tutto sembra immobile eppure tutto si sta trasformando, e ridà vita a un uomo straordinario, che in queste pagine dialoga insieme a noi con la sua voce pacata e mai arresa, con quel sorriso che non si spense nemmeno di fronte al suo assassino, con il coraggio di chi nell'atto stesso di morire insegna come vivere a noi che restiamo. Un uomo semplice ma capace di generare la sola epica possibile oggi: quella quotidiana, conquistata passo dopo passo sul confine tra luce e lutto, parola e silenzio. Unendo il respiro antico di una narrazione corale e l'intensità di un'invocazione, questo romanzo ci parla di noi, della possibilità - se torniamo a guardare la vita con gli occhi dei bambini che tutti siamo stati - di riconoscere anche in mezzo alla polvere ciò che inferno non è.

Togli l'amore e avrai l'inferno, mi dicevi, don Pino.
Metti l'amore e avrai ciò che inferno non è.
 
Ho amato molto questo libro, anche se indubbiamente ha alcuni "difetti" (metto la parola tra virgolette, perché fossero sempre questi i difetti che troviamo nei libri che leggiamo, sarebbero sempre solo bellissime letture...), dettati soprattutto da una certa confidenza che l'autore si prende con i potenziali lettori: si vede un po' troppo che D'Avenia è un insegnante di scuola superiore, e che è ai suoi alunni che si rivolge con fare a volte troppo ammiccante e pedagogico. Ma la storia è bella, solida, c'è, e in fondo è anche giusto commuoversi per questa storia di formazione e di consapevolezza.

Il personaggio di don Pino è forte ed evocativo e Federico, il giovane protagonista, diventa lo strumento per narrare un percorso di consapevolezza dettato con semplicità e amore da questo prete di periferia, che semplicemente ama la vita, i suoi ragazzi, la loro innocenza e la gioia del dare e darsi, per rendere il nostro pezzetto di mondo un po' meglio di quanto potrebbe essere.

Federico, nello spazio di un'estate diversa da tutte le altre, cresce e impara a guardarsi dentro, a cercare la propria forza e la propria unicità, si innamora, si scontra con la vita reale al di fuori del bozzolo dorato in cui i suoi genitori lo hanno fino a quel momento fatto vivere (per troppo amore, forse), e trova la sua strada o meglio, trova l'inizio, i primi passi giusti del proprio cammino di vita.

Su tutto, domina lo sguardo dello scrittore per la sua Palermo, meravigliosa e crudele, ricca e poverissima, splendente e in rovina: alcune pagine sono un invito fortissimo a visitare questa città e a scoprirne la sua anima spesso ignorata dai più.


Sul personaggio di don Pino... non c'è molto altro da dire rispetto a tutto quello che è già emerso dalla cronaca: la sua figura umile e coraggiosa andrebbe approfondita e studiata al liceo come esempio di quello che inferno non è, anche nel cuore nero dell'inferno di un quartiere devastato, di case senza amore e di anime senza alcuna possibilità.

Solo toccando un pezzetto di bellezza possono desiderarla. L'inferno è il posto in cui lo spazio per i desideri è già tutto occupato. Allora si fa quello che viene ordinato a testa bassa.A volte si pensa che la mafia sia la violenza del pizzo, gli omicidi, le bombe. Ma don Pino lo sa che la vera violenza è l'assenza di una scuola media in un quartiere di quasi diecimila anime.

Cheers,
Eva


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