lunedì 25 settembre 2017

RECENSIONE - La banda degli invisibili - Fabio Bartolomei

Hello!

Ancora la recensione di un libro e/o, in cui l'insolito protagonista è molto in là con gli anni... anziano... vecchio, insomma.

RECENSIONE
LA BANDA DEGLI INVISIBILI
Fabio Bartolomei
2012,  Edizioni e/o

TRAMA: A ottantasette anni si dovrebbe avere di meglio da fare che brigare per un amore irraggiungibile, impegnarsi in azioni di disturbo alle auto blu in corsia preferenziale e studiare un piano per rapire... Silvio Berlusconi. Ma Angelo è un ex partigiano che tendeva agguati ai convogli della Wehrmacht, che sopravvive con la pensione minima, che non riesce più a far valere i propri diritti nemmeno con un impiegato del comune e che lotta quotidianamente contro una società che fa di tutto per farlo sentire inutile. E così, proprio quando sarebbe lecito disinteressarsi del mondo e pensare solo a trascorrere serenamente gli ultimi anni di vita, Angelo decide di reagire e di ottenere dall'uomo più potente del Paese ciò che secondo lui gli spetta di diritto. Insieme ad alcuni amici del centro anziani metterà a punto un piano incruento e geniale, che però sembra non tenere conto di una questione fondamentale: come possono sperare dei vecchi malconci di riuscire a rapire uno degli uomini più scortati al mondo?



Noialtri, invece, siamo vecchi dell'altro tipo, siamo quelli ben attaccati alle cose di sempre, quelli che dicono: "Il pesce crudo? Vuoi mettere quanto è più buono un piatto di spaghetti con le vongole?". Passiamo metà della vita a cercare di cambiare il mondo e l'altra metà a cercare di mantenerlo com'era. Imprese che contemplino un margine di successo non c'interessano proprio.

In una società come la nostra, dove se non sei ricco, bello, giovane e di successo come minimo sei ignorato e come norma sei sbeffeggiato e regolarmente offeso, avere più di 80 anni, prendere la pensione sociale minima ed essere pieno di acciacchi di salute comporta inevitabilmente sentirsi ormai ai margini, inutile, senza prospettive, in attesa dell'inevitabile... oppure no?

Che meravigliosa scoperta questo autore italiano, a me non del tutto sconosciuto (recentemente ero stata colpita della lusinghiere recensioni del suo ultimo libro "La grazia del demolitore") ma finora - e non so assolutamente spiegare perché - ignorato in favore di altre letture. E invece, complice un buono regalo e il desiderio di leggere dopo un po' di tempo una storia ambientata nel nostro paese, ho deciso di optare per le avventure di una sgangherata banda di ultraottantenni, romani de Roma del quartiere della Montagnola. Ettore, Osvaldo, Filippo e la voce narrante Angelo mi sono entrati nel cuore subito: quattro ex-partigiani o quasi, che si arrabbattano in un quotidiano fatto di difficoltà pratiche e solitudini immeritate, che vivono o meglio vivacchiano nel loro quartiere, tra una partita di scopa al bar di Fernanda e una passeggiata in un parchetto pieno di erbacce e cacche di cane.

Assistiamo a scene di ordinaria vita quotidiana, a siparietti deliziosi con i compagni del centro anziani, descritti da Bartolomei con uno stile meraviglioso, con levità e ironia. Più volte ho sorriso e addirittura riso di cuore, quando i terribili vecchietti si organizzano nel loro piano diabolico di "rallentamento auto blu" (rapido primo passo sulle strisce pedonali all'arrivo dell'auto di rappresentanza, saltino all'indietro a seguito di brusca frenata del prepotente, busta delle arance abilmente lasciata andare con effetto drammatico, simulazione di infarto, improperi lanciati a tutto spiano dagli astanti in attesa alla fermata dell'autobus, fuga ignominiosa del prepotente spernacchiato e "sfanculato" con soddisfazione e senza pietà) o quando coordinano un piano di resistenza agli antennisti infingardi che spillano soldi agli anziani del quartiere per risintonizzare i loro decoder... Bartolomei ha un dono, una scrittura piena e lieve allo stesso tempo, un modo di raccontare che ti avvolge e ti trascina con sé, ti trasporta al centro anziani a ballare l'Hully Gully, o a guardare nello scavo di un quartiere con le braccia incrociate dietro la schiena, o in un triste e malconcio ufficio pubblico a cercare di far valere i propri diritti e a pretendere almeno un po' di umanità, in luoghi che d'ora in poi mai più potrò frequentare senza cercare con gli occhi un anziano signore vestito di tutto punto in attesa paziente del suo turno (c'è sempre, fidatevi. C'è, anche se noi non lo vediamo).

Il progetto di rapire Silvio Berlusconi per estorcergli le scuse per quello che di male ha fatto e sta facendo per il paese, progetto di cui si parla in sinossi, diventa una sottotraccia surreale e concreta al tempo stesso, un disegno a cui i quattro terribili vecchietti lavorano per mesi, alimentandolo con le piccole frustrazioni quotidiane di una vita fatta di attese disattese, di mancanza di rispetto, di dolorosa presa di coscienza che il mondo, quello stesso mondo che loro hanno cercato di rendere un po' migliore, ora non ha più posto per loro.

Ma per fortuna Bartolomei riesce a regalarci una piccola speranza concreta, con un finale delicato e commovente, seguendo i protagonisti, i comprimari e le semplici comparse nella loro realtà quotidiana, che a volte basta così poco per colorare di nuovo.

Grazie a Fabio Bartolomei per questa galleria di persone splendide e per questo squarcio di vita di quartiere romano (così vicino a casa mia). Ora, non vedo l'ora di tuffarmi nelle altre storie create da questo bravissimo scrittore.

Cheers,
Eva

venerdì 22 settembre 2017

RECENSIONE - Le coincidenze dell'estate - Massimo Canuti

Hello!

Buongiorno in questo primo giorno di autunno! Per celebrare e salutare questa lunga calda estate che oggi, astronomicamente, se ne va, vi parlerò di un piccolo gioiello misconosciuto che ho scoperto per puro caso, pubblicato quasi in sordina da una delle mie case editrici "feticcio", il cui progetto editoriale si conferma, ancora una volta, di altissima qualità.

RECENSIONE
LE COINCIDENZE DELL'ESTATE
Massimo Canuti
2016, Edizioni e/o

TRAMA: Milano, estate. Vincenzo è un adolescente particolare: ha pochi amici, è amante della musica metal e degli skate, e non sa ancora bene se è attratto dai ragazzi o dalle ragazze. Italo è un uomo di circa cinquant'anni che un giorno si sveglia su un marciapiede e non ricorda nulla del suo passato. Comincia a vivere come un barbone cercando di ricostruire la sua identità finché non finisce per caso nell'androne del palazzo di Vincenzo. Il ragazzo ha un lampo, sembra riconoscerlo, ma fa finta di non averlo mai visto prima. Dove ha incontrato quell'uomo? E come ha fatto Italo a perdere la memoria? Ma ecco che in loro soccorso arriva Evelina, anziana inquilina del palazzo ed ex parrucchiera dei divi di Cinecittà. Sarà proprio lei, con la sua eccentrica vitalità e tenera presenza, a riannodare i fili di un passato fatto di bugie e risentimenti. "Le coincidenze dell'estate" è un romanzo sull'amicizia inaspettata che può nascere fra tre persone di generazioni diverse, ma non solo. Parla della difficoltà di crescere in una famiglia a pezzi, della scoperta dell'omosessualità, del coraggio di uscire allo scoperto; è un romanzo sulla crudeltà del mondo del lavoro e su quanto sia traumatico ripartire da zero dopo aver perso tutto. Ma è soprattutto un romanzo sulla scoperta della propria identità. Tra sorelle circensi, suonatori di polka e ragazzine provocanti, Massimo Canuti scrive un libro che a tratti assume la forma del giallo. Il tutto nell'insolita cornice di una Milano afosa, lenta e deserta, lontana dallo stereotipo della città fredda, svelta e indifferente che non lascia spazio a nessun contatto umano.

Il ragazzo sale con un piede sullo skate e con l'altro si dà una spinta, avviandosi lungo la strada leggermente in discesa; i capelli a fargli da scia e gli auricolari ben piantati negli orecchi. Poco più in là, un uomo sta orinando davanti a un palo della luce. Ha cinquantasei anni, anche se in quelle condizioni ne dimostra decisamente di più.
Il ragazzo non si accorge dell'uomo.
L'uomo non si accorge del ragazzo.
Ma non è detto che le cose siano destinate a rimanere così.

E' stato un vero piacere leggere questo romanzo, tanto che una volta iniziato non sono riuscita a smettere finché i miei occhi non si sono posati sull'ultima parola, e io l'ho richiuso soddisfatta e felice di aver scoperto questo gioiello, "misconosciuto", come dicevo all'inizio. Sì perchè in effetti si è parlato pochissimo di questo romanzo di Massimo Canuti, un quasi esordiente nel quale la giovane casa editrice e/o ha creduto, con ragione.

La storia è semplice e la narrazione scorre lineare: una galleria di personaggi si muovono in una Milano insolita. Non la fredda, frenetica metropoli del fare, del correre, del vendere e comprare, ma una città addormentata, immobile, bloccata in un'estate afosa e solitaria, nella quale tre esistenze lontanissime l'una dall'altra si incrociano imprevedibilmente.

Vincenzo, un adolescente inquieto, solo, incompreso dalla sua famiglia (odiosa sua madre, insopportabile suo padre), incerto su di sé e sui suoi desideri; Italo, un cinquantenne perso, una vita interrotta e sospesa senza nemmeno sapere perché, alle prese con ricordi che non vogliono tornare e nuove difficoltà da affrontare; Evelina, un'anziana arzilla ed eccentrica, allegra all'apparenza, che nasconde dentro di sé un grande dolore. Attorno ai tre protagonisti, che spinti dalle circostanze iniziano una strampalata quasi-convivenza in un vecchio palazzo che sembra quasi abbandonato, in un quartiere svuotato per le vacanze, in una città in cui improvvisamente si sentono rumori dimenticati non più sovrastati dal rombo delle macchine, si aggirano personaggi eccentrici e imprevedibili: un gruppo di suonatori di polka, ragazzini della Milano bene alle prese con gli ultimi scampoli del loro periodo cittadino prima di partire per i luoghi di ricca villeggiatura di famiglia, una sorella ritrovata e una nipotina molto speciale, e poi un barbone molto ironico e un po' filosofo, e insieme a lui un'avventura nella esotica Lodi, a bordo di una mitica Mini Cooper Montecarlo degli anni Settanta.

L'amicizia nasce nei luoghi più improbabili, tra le persone più diverse, e si manifesta nei modi più strani: regalando una bottiglia di succo di cavolo rosso per far passare una sbornia, oppure invitando una vecchia signora a vedere un vecchio film neorealista: questo ci racconta Massimo Canuti in questa sua bellissima storia. Un romanzo che è incentrato sulla ricerca di sé stessi, dei propri sogni, delle proprie aspirazioni, insomma di quello che ci rende felici, fosse anche soltanto disegnare uno skate, o costruire giocattoli di legno, o lanciare palline in aria per far divertire gli ammalati. O abbracciare finalmente qualcuno, che è sempre un buon punto di partenza.

Cheers,
Eva

martedì 12 settembre 2017

RECENSIONE - Certi bambini - Diego De Silva

Hello!

Oggi vi parlo di una storia intensa e dolorosa, di cui Roberto Saviano ha scritto "Beato chi non ha ancora letto questa storia, perché ora può farlo".

RECENSIONE
CERTI BAMBINI
Diego De Silva
2001, Einaudi

TRAMA: Rosario, undici anni, un completino da calciatore nella borsa degli allenamenti, va a compiere la sua prima esecuzione di camorra al termine di un lungo tirocinio d'istruzione a uccidere. Tornando nel suo quartiere in metropolitana, ripercorre a ritroso le tappe più significative del cammino che lo ha portato fino a quel punto. E la storia di Rosario diventa il racconto di un mondo spaventoso che è il nostro mondo. De Silva racconta uno dei peggiori delitti che la criminalità contemporanea abbia scelto di commettere, il furto dell'infanzia.








Rosario di espressioni non ne ha quasi. Per la sua faccia è sempre tutto normale. Cose come la meraviglia o lo smarrimento o l'allegria o la pena o la ripugnanza non hanno presa su di lui. Rosario guarda succedere le cose fino alla fine. Si prende quello che può finché qualcuno non glielo toglie.

Ho dovuto far passare un po' di giorni prima di sedermi al computer per scrivere le mie impressioni su questo libro. Lasciar decantare un po' le emozioni, sedimentare le immagini che la lettura mi ha riportato alla memoria. Credo che leggere questo libro per chi, come me, ha vissuto tanto tempo a Napoli e, non essendoci nata, riesce a guardare con distacco ai suoi enormi problemi, abbia un effetto ancora più dirompente. Chi è nato e ha sempre vissuto in un ambiente tranquillo, pulito, nemmeno lontanamente sfiorato dall'abisso in cui invece vivono immersi i protagonisti del romanzo, chi questo abisso l'ha solo visto da lontano, una notizia come le altre in televisione, un racconto di chi questo abisso l'ha solo sfiorato e pure ne è scappato via il più lontano possibile, credo che non possa capire l'orrore che ho provato io nel leggere certe cose e sapere che è tutto vero.

Sono vere certe periferie orrende e spaventose in cui le persone normali non capitano mai se non per sbaglio, e quando accade di doverle attraversare si fa in fretta a scappare via veloci perché la desolazione, lo squallore e la rovina sono assoluti.

Sono veri certi personaggi ambigui e penosi, macchiette di quartiere degradati di questa che Curzio Malaparte definisce una "metropoli di carne", una città in cui la gente vive fuori, per strada, e fuori ama, odia, lotta, sputa, colpisce, spara.

Sono veri gli sguardi di certi bambini, come quelli della magnifica copertina del romanzo, profondi e dolorosamente perduti. Già grandi, perché in certi posti a Napoli non sei bambino mai, perché a seconda di dove nasci già si sa cosa diventerai, e molto presto, anche.

Nel libro, seguiamo Rosario, bambino non più tale di undici anni, che a undici anni ha già compiuto il percorso che porta tanti "scugnizzi" a diventare carne da macello, sfruttati e allo stesso tempo consapevoli soldati della camorra, come in "La paranza dei bambini" recentemente pubblicato da Roberto Saviano (io che non avevo avuto il coraggio di leggerlo, quel libro, sono poi incappata quasi per sbaglio in questo breve romanzo misconosciuto di De Silva, che ancora mi riporta il fiele in bocca e le lacrime agli occhi dopo averlo letto...).

La scrittura di De Silva è lucida, fredda, quasi analitica nel descrivere semplicemente i pensieri di Rosario dopo il suo primo omicidio, i suoi ricordi vaghi mentre torna in metropolitana nel suo quartiere, la pistola nascosta nella maglietta da calciatore, in una borsa sotto il sedile. Ripercorriamo insieme a lui tutti i passi che l'hanno portato là dove era inevitabile che arrivasse, tutti i dolori, gli abbandoni, le delusioni, le amicizie malate con altri bambini perduti come lui. Madri che vendono le figlie ragazzine, genitori che non ci sono e che se ci sono fanno solo male, uomini bestie che sfruttano i piccoli per i furti, che li violentano, che li trattengono a forza nel degrado umano e morale di chi non ha mai visto niente di veramente bello e quando gli capita davanti ci sputa sopra.

Povero Rosario perduto, poveri certi bambini che da quando sono nati non hanno mai avuto neanche uno straccio di possibilità ed è inutile far finta del contrario. Ci sono personaggi positivi a cui rivolgersi? Può esserci solo un prete a gridare a fronte del silenzio complice dello Stato, che in certi posti si presenta solo con la faccia di poliziotti crudeli e non molto diversi dalle bestie con cui certi bambini sono costretti ad avere a che fare? De Silva riesce, con questo suo romanzo, a farci interrogare, a far nascere un seme di dubbio: se mio figlio non è come certi bambini, è un merito? O non è piuttosto frutto del caso, che ci fa nascere in un quartiere piuttosto che un altro, in una strada piuttosto che un'altra?

Quando ho finito questo libro, a notte fonda, perché non riuscivo a staccarmi dalle pagine nette e taglienti di De Silva, mi sono alzata e sono andata a fare una carezza a mio figlio che dormiva. Avevo le lacrime agli occhi. Certi bambini, dell'età di mio figlio, che come mio figlio dovrebbero solo pensare a giocare, a sbuffare facendo i compiti di matematica e a sporcarsi la faccia di gelato al cioccolato, non hanno neanche una possibilità di salvarsi. Certi bambini non sono più bambini da tanto tempo. Certi bambini non hanno nessuno che li ama.

Eva

lunedì 11 settembre 2017

RECENSIONE - La rete di protezione - Andrea Camilleri

Hello!

Buongiorno e buona settimana! Oggi ritorniamo nella splendida Sicilia per parlare dell'ultimo romanzo di un autore (per fortuna) prolifico e sempre capace di "affatare".

RECENSIONE
LA RETE DI PROTEZIONE
Andrea Camilleri
2017, Sellerio

TRAMA: Vigàta è in subbuglio: si sta girando una fiction ambientata nel 1950. Per rendere lo scenario quanto più verosimile la produzione italo-svedese ha sollecitato gli abitanti a cercare vecchie foto e filmini. Scartabellando in soffitta l’ingegnere Ernesto Sabatello trova alcune pellicole, sono state girate dal padre anno dopo anno sempre nello stesso giorno, il 27 marzo, dal 1958 al 1963. In tutte si vede sempre e soltanto un muro, sembra l’esterno di una casa di campagna; per il resto niente persone, niente di niente. Perplesso l’ingegnere consegna il tutto a Montalbano che incuriosito comincia una indagine solo per il piacere di venire a capo di quella scena immobile e apparentemente priva di senso. Fra sopralluoghi e ricerche poco a poco in quel muro si apre una crepa: un fatto di sangue di tanti anni fa, una di quelle storie tenute nell’ombra.




Pirchì 'na storia accussì annava a toccari un tasto priciso della sò natura, attratta certo dalle facenne giudiziarie, ma puro, e forsi soprattutto, da quella matassa 'ntricata che è l'anima dell'omo in quanto omo.

Non posso che essere grata, profondamente grata del fatto che Andrea Camilleri, nonostante l'età e gli acciacchi, abbia ancora tante storie dentro di sé da tirare fuori, da raccontare, da condividere con noi appassionati. Il "maestro", da alcuni anni, deve purtroppo fare i conti con un grave problema agli occhi che lo costringe a dettare le sue opere alla sua assistente, piuttosto che metterle materialmente nero su bianco, ma a me in fin dei conti piace perfino di più immaginarlo mentre, con in mano l'ennesima sigaretta, costruisce nella sua testa l'intreccio e immagina l'evolversi della storia e delle vicende dei suoi personaggi, per raccontarla poi con la sua voce roca.

Anche questo suo ultimo lavoro racconta di un'indagine del commissario italiano più famoso, quel Salvo Montalbano che per tutti ha ormai le fattezze televisive di Luca Zingaretti, che si muove nel mondo ormai conosciutissimo e familiare di Vigàta, della sua villa a Marinella, dell'intrico di contrade e trazzere in cui si reca quando Catarella o Fazio lo svegliano per comunicargli che c'è stata un'ammazzatina.

In questa nuova indagine però non c'è la mafia, non ci sono fatti di sangue né intrighi politici, bensì due storie abbastanza ordinarie e "quotidiane", che Montalbano segue in parallelo, approcciandosi con la consueta e caratteristica umanità: un "cold case", quasi un'indagine intellettuale, stimolata dal ritrovamento di una serie di misteriose riprese datate più di cinquant'anni - che è quello di cui parla la sinossi, e poi un caso molto attuale, in cui il commissario deve avere a che fare con cose che gli sono lontane - la tecnologia, il linguaggio impossibile degli adolescenti di oggi, il bullismo.

E' un Montalbano umanissimo quello che ritroviamo, e con quanto piacere!, tra queste pagine, un omaggio a una narrazione collettiva che travalica i confini di una sicilianità marcata e pure ve ne è immersa, con questo uso del dialetto sempre più abbondante, una lingua musicale, caratteristica e che lascia "affatati". Un Montalbano che ha la mente sempre lucida per il ragionamento e il cuore un po' ammaccato quando ripensa alla sua vita, alla sua solitudine di bambino orfano di mamma troppo presto, a quell'occasione di paternità mancata con Francois, dolcissimo bambino ne "Il ladro di merendine" e dolorosamente perduto in "Una lama di luce", qui presente con un solo brevissimo accenno che però, in chi segue il commissario dalle prime indagini come me, ha generato una profonda commozione.

Ho trovato questo romanzo godibilissimo, appassionante, una bella prova d'autore per uno scrittore alle prese con un personaggio ormai storico, che tutti amiamo, giunto ormai alla venticinquesima indagine (senza contare gli innumerevoli racconti), che ha avuto inevitabilmente qualche flessione narrativa ma che ogni volta sa rinnovarsi e farsi accogliere con piacere. Proprio come un vecchio amico.

Cheers,
Eva

venerdì 8 settembre 2017

RECENSIONE - Il Caso Malausséne - D. Pennac

Hello!

Prima recensione di settembre, una delle tante che avevo in sospeso e che spero possa interessarvi, visto che riguarda un libro atteso da tante persone (oltre che da me)...

RECENSIONE
IL CASO MALAUSSENE. MI HANNO MENTITO
Daniel Pennac
Le cas Malaussène. Ils m'ont menti, trad. Yasmina Melaouah
Feltrinelli, 2017

TRAMA: La mia sorellina minore Verdun è nata che già urlava ne La fata carabina, mio nipote È Un Angelo è nato orfano ne La prosivendola, mio figlio Signor Malaussène è nato da due madri nel romanzo che porta il suo nome e mia nipote Maracuja è nata da due padri ne La passione secondo Thérèse. E ora li ritroviamo adulti in un mondo che più esplosivo non si può, dove si mitraglia a tutto andare, dove qualcuno rapisce l’uomo d’affari Georges Lapietà, dove Polizia e Giustizia procedono mano nella mano senza perdere un’occasione per farsi lo sgambetto, dove la Regina Zabo, editrice accorta, regna sul suo gregge di scrittori fissati con la verità vera proprio quando tutti mentono a tutti. Tutti tranne me, ovviamente. Io, tanto per cambiare, mi becco le solite mazzate.




Perché mi mancano così tanto, quei fagotti di illusioni? Andare a seminare il "bene" ai quattro angoli del mondo, ma ti pare... Com'è scivolata via in fretta la loro infanzia, nel nostro Vercors di selce e di vento! Sarebbero cresciuti più lentamente, se avessimo passato tutte le estati a Belleville...?

Malausséne è tornato!
A più di vent'anni dalla pubblicazione de "Il paradiso degli orchi", il primo romanzo sulla famiglia più strampalata e amata di Parigi, Daniel Pennac mantiene la promessa fatta a una sua fan e si rituffa nel mondo della famiglia di Belleville, le cui avventure aveva descritto in cinque magnifici gialli: dopo il primo, citato sopra, le avventure della tribù Malausséne erano state raccontate ne "La fata carabina", ne "La prosivendola", in "Signor Malausséne" e, infine, nel finale della saga, "La passione secondo Thérèse". Dopo la pubblicazione di quest'ultimo libro, Pennac aveva dichiarato esaurita la storia di Benjamin e dei suoi fratelli, nipoti, figli, amici. E invece... e invece, come dicevo all'inizio, Malausséne è tornato!

Per una curiosa coincidenza, poche ore dopo aver letto l'ultima pagina del libro, mi è arrivata sul cellulare la foto di un'amica: in vacanza in Germania, aveva insapettatamente incrociato un amico comune, che entrambe non vedevamo da più di quindici anni. Che sorpresa pazzesca rivedere quel viso, cambiato, un po' invecchiato, certo, diverso dall'immagine da ragazzo che avevo impressa nella mente! E' proprio questa la sensazione che ho provato leggendo questo libro di cui vi parlo oggi: una sensazione straniante di familiarità e allo stesso tempo di estraneità. Verdun, Benjamin, Julie, Sigma, Mara... li avevo conosciuti ragazzi, bambini, neonati. Li ritrovo di mezza età, universitari, adolescenti, immersi in pieno in un mondo che è cambiato a velocità pazzesca in questi vent'anni, in modi che non avremmo mai neanche lontanamente immaginato. Vent'anni non passano senza lasciare il segno, né sui corpi né sullo spirito. Qualcuno è cambiato, qualcuno cerca ostinatamente di rimanere fedele a sé stesso, qualcun altro cede alla nostalgia...

Non sono sicura che questo romanzo possa piacere pienamente a chi non ha letto i precedenti, all'età giusta per averli letti: né troppo giovani né troppo vecchi, abbastanza per potersi essere immedesimati in Benjamin quando aveva vent'anni e per poterlo fare ora che di anni ne ha più di quaranta e ha vissuto le stesse ansie e gli stessi dolori. In ogni caso, lo stile di Pennac è una vera goduria, con questi continui salti del punto di vista che rendono la lettura pirotecnica e colorata, con questa vicenda intricata e tanto calata nei nostri tempi, con un colpo di scena (si tratta pur sempre di un giallo, anche se assolutamente sui generis) che io davvero non mi aspettavo... e anche con la piccola sorpresa finale: la fine che non è una fine, con questo "continua" che arriva all'improvviso, che ti fa esclamare "no! proprio sul più bello!".

"Mi hanno mentito" ci reintroduce al mondo della famiglia Malausséne, presentandoci anche una scoppiettante galleria di personaggi nuovi e interessanti, sia nei loro aspetti positivi che in quelli negativi (oh, detestabile Georges Lapietà!). Tra essi spicca il romanziere soprannominato Alceste, autore del nuovo best-seller delle edizioni de Il Taglione "Mi hanno mentito", e che Benjamin è incaricato di proteggere. Per farlo lo nasconde nel "suo" Vercors, al sicuro dai parenti inferociti dei quali ha raccontato senza nessuna remora segreti e miserie nel suo romanzo-verità. Per dirla con Alceste:

il mio editore avrà il coraggio di pubblicare "La loro grandissima colpa"?

Io non vedo l'ora!

Cheers,
Eva

mercoledì 6 settembre 2017

Bentornato Settembre!

Hello!





Grazie per esservi riaffacciate da me, qui sul mio angolo.
E' bello anche per me ritornare, dopo una lunga pausa rigenerante, trascorsa insieme alla mia famiglia, a riposarmi, a chiacchierare con le mie sorelle, a coccolare il mio piccolo uomo nei rari momenti in cui lo vedevo (quante cose riesce a far entrare nelle sue giornate di vacanza un bambino di dieci anni?), a guardare il cielo sperando di scorgere una stella cadente (che cade sempre dalla parte opposta a dove tu guardi!), e soprattutto a leggere... allungata su una sdraio all'ombra, con mio marito accanto, ognuno con il suo libro in mano, e un concerto di cicale a farci compagnia.
C'è stato spazio anche per un piccolo viaggio di scoperta, in una regione della Francia (l'Alvernia) a me sconosciuta: affascinante, sferzata dal vento, punteggiata di borghi percorsi da dedali di stradine acciottolate che si aprono poi su imponenti cattedrali gotiche, e costellata di Puy, vecchi vulcani addormentati, ricoperti di boschi incontaminati.
Il ritorno alla realtà romana, con la sua routine di lavoro, casa, preparazione alla scuola per il mio bambino, non è stato semplice ma come ogni settembre si riparte, carica di una speciale energia che mi fa guardare alle prossime settimane con curiosità.
Ci vediamo presto qui sul mio blogghino!

Cheers,
Eva

giovedì 3 agosto 2017

Buone vacanze!

Hello!


Questo è un breve post per salutarvi e augurarvi buone vacanze!

Nelle prossime settimane sarò in vacanza con la mia famiglia e quindi non sarò assidua qui sul blog, che quindi si prende anche lui un po' di ferie.

A presto, e mi raccomando: divertitevi, riposatevi, rilassatevi, sognate!

Cheers,
Eva



lunedì 31 luglio 2017

RECENSIONE - Intrigo italiano - C. Lucarelli

Hello!

Oggi vi parlo di un romanzo di un autore italiano, molto conosciuto anche per i suoi programmi televisivi color "blu notte"...

RECENSIONE
INTRIGO ITALIANO
Carlo Lucarelli
2017, Einaudi

TRAMA: Quando il commissario De Luca, appena richiamato in servizio dopo cinque anni di quarantena, si sveglia da un incidente quasi mortale, non gli occorre troppo tempo per mettere in fila le tante cose che non tornano. Da lunedì 21 dicembre 1953 a giovedì 7 gennaio 1954, con in mezzo Natale ed Epifania, mentre la città intirizzita dal gelo scopre le luci e le musiche del primo dolcissimo consumismo italiano, tra errori, depistaggi, colpi di scena il mosaico dell'indagine, scandita come un metronomo, si compone. E ciò che alla fine ha di fronte non piace affatto a De Luca. Per il ritorno del suo primo personaggio, amatissimo dai lettori, Lucarelli ha saputo evocare una Bologna che non avevamo mai visto così. E ha saputo tessere il più imprevedibile, misterioso romanzo, dove la verità profonda di un'epoca che non è mai interamente finita emerge nei sentimenti e nella lingua dei personaggi.





Era una cosa che aveva sempre stupito De Luca fin dai tempi in cui dirigeva la Buoncostume di Bologna, che a vederla da fuori, dalle strade, sembrava una città di pietre, sassi e mattoni, la terra di profido a cubetti e anche il cielo di intonaco sotto le volte dei portici. Poi si aprivano le ante di un portone e apparivano fiori, cespugli e alberi secolari, giardini grandi come piazze, foreste quasi, che attraversavano interi blocchi di case fino alla strada parallela. Aveva sempre pensato che se avesse sorvolato la città con un piccolo aereo, a bassa quota, l'avrebbe visto tutto quel cuore verde tra i tetti rossi di Bologna.

Bologna la dotta, con la sua antichissima Università che risale al 1088; Bologna la grassa, per la sua cucina ricca e sontuosa; Bologna la rossa, con i suoi mattoni medievali che donano la caratteristica colorazione alle sue strade, ai suoi muri, ai suoi portici. E' proprio Bologna la protagonista di questa storia, il romanzo in cui Carlo Lucarelli celebra il ritorno del suo personaggio più famoso. Quel commissario Achille De Luca, le cui inchieste, ambientate tra l'ultimo mese di Salò e le elezioni del 1948, hanno dato origine a una particolare mescolanza di giallo e storico, tratteggiando un periodo cupo e oscuro della storia del nostro paese.

Qui, in questo "Intrigo italiano", ritroviamo il commissario negli ultimi giorni del 1953, in una gelida Bologna coperta di neve, in cui i complessini jazz cominciano a diffondersi e a guadagnare terreno rispetto alle orchestre da balera e un timido benessere di vestiti fatti a mano e calze di nylon sembra alla portata di tutti. Sullo sfondo di una città che si prepara per festeggiare l'inizio del nuovo anno, oscuri personaggi riemersi da un passato torbido e mai dimenticato si muovono nell'ombra, per insabbiare i veri responsabili di un delitto che sconvolge la Bologna bene, e su cui il commissario è chiamato ad indagare.

La trama è ben sviluppata, anche se la storia gialla non è in effetti "fortissima": non ci sono clamorosi colpi di scena e colpevoli misteriosi, ma ho il sospetto che non fosse propriamente questo l'intento dell'autore. Lucarelli in effetti tratteggia un pezzo di Storia italiana, quella con la S maiuscola, che molti preferiscono dimenticare, attraverso la metafora di una piccola storia di provincia, con personaggi ambigui e mai del tutto buoni o cattivi. Lo stesso De Luca, in fondo, ha molte cose nel suo passato da nascondere e dimenticare.

Muovendosi per le strade di una città ritratta così vividamente da saltar fuori dalle pagine, e dare l'impressione al lettore di camminare accanto a lui per vicoli stretti e portici sotto cui ripararsi dalla neve, De Luca insegue l'esile filo delle sue sensazioni e, tenace, prova a dare alla giustizia un volto più umano.

Cheers,
Eva

venerdì 28 luglio 2017

RECENSIONE - L'uomo che metteva in ordine il mondo - Fredrik Backman

Hello!

Oggi andiamo in Svezia, per parlare del primo libro pubblicato in Italia scritto da un giornalista molto famoso, che ha creato il suo personaggio più noto proprio per il suo blog. Le vicende di Ove hanno talmente incuriosito e appassionato migliaia di persone da spingerle a chiederne di più, di farne addirittura il protagonista di un romanzo.

RECENSIONE
L'UOMO CHE METTEVA IN ORDINE IL MONDO
Fredrik Backman
A man called Ove, trad. Anna Airoldi
2014, Mondadori

TRAMA: Ove ha 59 anni. Guida una Saab. La gente lo chiama "un vicino amaro come una medicina" e in effetti lui ce l'ha un po' con tutti nel quartiere: con chi parcheggia l'auto fuori dagli spazi appositi, con chi sbaglia a fare la differenziata, con la tizia che gira con i tacchi alti e un ridicolo cagnolino al guinzaglio, con il gatto spelacchiato che continua a fare la pipì davanti a casa sua. Ogni mattina alle 6.30 Ove si alza e, dopo aver controllato che i termosifoni non stiano sprecando calore, va a fare la sua ispezione poliziesca nel quartiere. Ogni giorno si assicura che le regole siano rispettate. Eppure qualcosa nella sua vita sembra sfuggire all'ordine, non trovare il posto giusto. Il senso del mondo finisce per perdersi in una caotica imprevedibilità. Così Ove decide di farla finita. Ha preparato tutto nei minimi dettagli: ha chiuso l'acqua e la luce, ha pagato le bollette, ha sistemato lo sgabello... Ma... Ma anche in Svezia accadono gli imprevisti che mandano a monte i piani. In questo caso è l'arrivo di una nuova famiglia di vicini che piomba accanto a Ove e subito fa esplodere tutta la sua vita regolata. Tra cassette della posta divelte in retromarce maldestre, bambine che suonano il campanello offrendo piatti di couscous appena fatti, ragazzini che inopportunamente decidono di affezionarsi a lui, Ove deve riconsiderare tutti i suoi progetti. E forse questa vita imperfetta, caotica, ingiusta potrebbe iniziare a sembrargli non così male...

La morte è una cosa curiosa. Viviamo tutta la vita come se non esistesse, ma il più delle volte è una delle ragioni in assoluto più importanti per vivere. Alcuni di noi ne diventano consapevoli così in fretta che vivono più intensamente, più ostinatamente, e in maniera più furiosa. Altri necessitano della sua costante presenza per sentirsi vivi. Altri ancora finiscono per accomodarsi nella sua sala d'aspetto molto tempo prima che lei abbia annunciato il suo arrivo. La temiamo, eppure la gran parte di noi teme soprattutto l'eventualità che colpisca qualcun altro, qualcuno a cui vogliamo bene. Perché la più grande paura legata alla morte è che ci passi accanto. Che si prenda chi amiamo. Che ci lasci soli.

Che gran divertimento è stato leggere questo bel libro, veloce e scorrevole, con una storia semplice ma che riesce ad "acchiappare" il lettore e a coinvolgerlo talmente da non riuscire a interrompere fino all'epilogo. La letteratura nordica, e in particolare quella svedese, soprattutto negli ultimi anni è stata identificata per la maggior parte con storie cupe di serial killer, delitti efferati e ambientazioni angoscianti: che boccata d'aria fresca questo romanzo "piccolo", su una vicenda "piccola", quotidiana, della porta accanto. E che bel personaggio questo di Ove, un uomo d'altri tempi, fedele alle cose di altri tempi, quello che potremmo definire "quadrato". Un uomo arcigno, scostante, rigido e inflessibile nelle sue abitudini, che non concepisce la deviazione dalle regole, la tolleranza, il compromesso. Un uomo che litiga, tiene il muso con chiunque, non fa errori e non accetta gli errori altrui: potrebbe sembrare un uomo irritante e un personaggio negativo, e invece dietro si intuisce una tenerezza, una luce, proprio come ha fatto sua moglie Sonja, che lo ha amato per com'è fatto da subito, e non ha mai cercato di cambiarlo.

Quando Sonja muore, a che serve restare? Ove cerca in tutti i modi di suicidarsi, ma ogni volta qualcosa glielo impedisce: i vicini rumorosi e imbranati che non sanno guidare un rimorchio, il giovane solitario della casa accanto, un gatto spelacchiato che si ostina a considerare il suo stuoino casa propria... e poi, una battaglia legale da combattere contro la rigida burocrazia svedese, caloriferi da aggiustare e un cuore che piano piano, contro la sua volontà, ricomincia a battere, a provare  emozioni.

Sonja, cara Sonja, sulla cui tomba Ove va ogni mattina a portare le sue rose: dovrai aspettare, Ove non è ancora pronto a raggiungerti. Dopo tanta vita assieme a te, dopo tanti sogni e tanti dolori, Ove che vuole farla finita ha invece ancora delle sfuriate da fare, un ragazzo cacciato di casa da ospitare, un gatto da nutrire con scatolette di tonno, un uomo da salvare sui binari del treno, una bambina da cui imparare a scrivere gli sms: ancora tanta vita, che significa semplicemente essere importante per qualcuno. Non essere solo.

Cheers,
Eva

martedì 25 luglio 2017

LIEBSTER AWARD 2017

Hello!

Oggi un post un po' diverso dal solito, perché negli ultimi giorni ho ricevuto ben due "nomine" per il Liebster Award 2017! Conoscete questo premio? E' un riconoscimento "a catena", per blog con meno di 200 follower, per contribuire a dare visibilità ad angoli magari meno noti ma interessanti, e anche per far conoscere un po' di più le persone reali che stanno dietro agli schermi e che curano con passione i propri "angolini virtuali".

Le regole da seguire sono piuttosto semplici:

1) ringraziare chi ti ha premiato e rispondere alle undici domande che ti sono state poste.

Io ho ricevuto la nomina da Martina di Mami tra i libri, e da Alice di Some books are, che ringrazio moltissimo per aver pensato a me per il premio. Martina e Alice hanno due blog davvero interessanti, che mi sento davvero di consigliarvi di visitare. Martina parla con profondità e cura di tematiche interessanti, fa conoscere figure di donne nella storia, sceglie libri particolari e mai scontati; Alice legge libri in lingua e quindi permette di esplorare un mercato editoriale spesso inedito in Italia, anticipando tendenze e ampliando vedute. Le ringrazio ancora moltissimo, e qui di seguito trovate le mie risposte alle loro domande.

Domande di Martina:
1. In quale città nel mondo ti piacerebbe vivere e perché?
Da poco (insomma, da pochi anni) vivo nella città più bella del mondo: trasferirci a Roma era il sogno della nostra vita, e ora che lo abbiamo realizzato, non cambierei il posto in cui vivo con nessun altro al mondo!
2. C'è una storia che ti piacerebbe leggere ma non è ancora stata scritta?
Una bella storia ambientata in Salento, nei luoghi in cui sono nata e in cui sono stata bambina. Una storia che parli di vigne, di masserie abbandonate e di terra rossa e spaccata dal sole. E di donne toste e resistenti, testarde e dolcissime, come mia nonna.
3. Il tuo classico preferito?
“Il gattopardo”, di Tomasi di Lampedusa. Non ho nessun dubbio, è un romanzo meraviglioso, scritto in una prosa che sembra pura poesia.
4. Una canzone che sembra essere stata scritta apposta per te?
Questa cosa cambia molto a seconda del periodo che sto vivendo. In questo momento, per esempio, mi rappresenta molto una vecchia canzone di Pino Daniele, “Je so’ pazzo”!
5. Leggi solo in italiano o anche in lingua straniera? Quale?
Purtroppo solo in italiano! Dico purtroppo perché, pur parlando molto bene l’inglese e lo spagnolo, non riesco a leggere in queste lingue. Credo sia perché la lettura è per me un abbandono totale, e quindi non riesco a lasciarmi andare in una lingua che non è quella madre... totalmente inconscia e “mia”.
6. Qual è il tuo dolce preferito?
Vorrei non saper rispondere a questa domanda, vorrei poter dire che i dolci non mi piacciono... ma se devo sceglierne solo uno, scartando a malincuore mille altre idee scelgo il gelato al cioccolato fondente di Natale, una gelateria nel centro storico di Lecce dove ogni estate lascio il cuore!
7. Ti piace la poesia? Se sì, chi è il tuo poeta preferito?
Non ne leggo molta abitualmente, ma ho alcuni autori che mi emozionano molto, ogni volta come se fosse la prima. Mi piacciono il poeta turco Nazim Hikmet, il greco Konstantinos Kavafis, lo spagnolo Garcia Lorca, e tra gli italiani la mia adorata Alda Merini.
8. Se dovessi svegliarti e trovarti a essere per un giorno nei panni di un qualsiasi autore a tua scelta, chi saresti e perché?
Mi piacerebbe vivere per un giorno l’esperienza di essere Fred Vargas, l’autrice di gialli francese che amo di più. La sua mente analitica, le sue trame intricate e cerebrali, la sua scrittura lucida, la sua profonda cultura...
9. Un colore che ami e un colore che odi.
Amo i colori forti in tutto, dai vestiti ai cibi che mangio. Amo il giallo e l’arancione, il viola e il verde. Non mi piacciono i “non colori”: il beige, l’écru, e in generale tutti i colori pastello.
10. Cosa sognavi di diventare da bambina?
Ho sempre avuto tanti sogni, cambiavo spesso quello che volevo diventare, e alla fine ho fatto qualcosa a cui non avevo mai pensato! Ricordo il periodo dell’egittologa, quello dell’avvocato, quello della maestra...
11. Qual è un film che ti ricorda la tua infanzia?
I film con l’attore comico Louis de Funès. Ricordo pomeriggi meravigliosi passati a ridere fino ad avere mal di pancia, insieme a mio papà. Uno dei ricordi più belli dei miei anni di bambina.

Domande di Alice:
1. Credi nelle coincidenze?
Einstein diceva che “coincidenza è il modo di Dio di restare anonimo”. Scherzi a parte, per deformazione professionale credo che la casualità sia assoluta in questo mondo, che il destino non esista, e che le coincidenze siano appunto solo questo... coincidenze, casi fortuiti, su cui soffermarsi poco (e rimuginare mai).
2. Se potessi trasferirti in un luogo a tua scelta, dove andresti?
Come ho già risposto a Mami, più su, vivo già dove vorrei vivere, e non vorrei trasferirmi in nessun altro luogo.
3. C'è una lingua straniera che vorresti parlare?
Mi affascinerebbe riuscire a comunicare in portoghese. Ogni volta che sento parlare in questa lingua, meravigliosa e musicale, decido che è la più bella del mondo.
4. Dolce o salato?
Dolce. E salato. E poi di nuovo dolce. Insomma mi piace mangiar bene...
5. La tua migliore qualità?
Sono gentile. Cerco di esserlo sempre, perché credo che la gentilezza sia la chiave per una convivenza pacifica con gli altri. E se posso aggiungere una qualità meno comune, direi anche che so fare i regali!
6. E il tuo peggior difetto?
Sono molto, molto, molto, molto, molto, molto, molto ansiosa.
7. Se potessi leggere un solo libro per tutta la vita... quale sarebbe?
Solo uno? A ripetizione? “Il signore degli anelli”, di Tolkien. Il mio libro preferito, sin dall’estate in cui l’ho letto la prima volta, ormai quasi trent’anni fa.
8. Quali sono i cinque libri che ancora non hai letto, ma che desideri di più?
Ho una WL infinita, le cui priorità si rimescolano ciclicamente. Al momento, i cinque libri che vorrei leggere di più, ai quali molto probabilmente mi dedicherò quest’estate in vacanza, sono:
“Il commesso viaggiatore”, di Arnaldur Indridason
“Oltre il confine”, di Corman McCarthy
“Isole minori”, di Lorenza Pieri
“La custode di mia sorella”, di Jodi Picoult
“Le streghe di Lenzavacche”, di Simona Lo Iacono
9. La tua coppia cinematografica preferita? E quella librosa?
Per quanto riguarda quella cinematografica... direi Rapunzel e Flynn Rider. Oppure Hip e Gay. O Hiccup e Astrid. O Belle e il principe Adam. Shrek e Fiona. Manny ed Ellie. Insomma, forse avete capito... adoro i cartoni animati, e da molto prima della nascita di mio figlio.
Per quanto riguarda la coppia librosa, voglio citare la coppia secondaria del “Signore degli Anelli”, che pochi conoscono ma che io ho amato subito: Eowyn e Faramir, la principessa inquieta e coraggiosa e il principe gentile e saggio.
"...Eowyn, tu non mi ami, o non vuoi amarmi?"
"Desideravo l'amore di un altro", ella rispose. "Ma non voglio la pietà di nessuno"
"Lo so", egli disse. "Desideravi l'amore di Sire Aragorn. Perché egli era grande e potente, e tu ambivi la fama, la gloria... [...] Ma quando ti diede soltanto comprensione e pietà, tu non desiderasti più nulla, se non una morte coraggiosa in battaglia. Guardami, Eowyn!"
Eowyn guardò Faramir a lungo e senza abbassare gli occhi; e Faramir disse: "Non deridere la pietà, dono di un cuore gentile, Eowyn! Ma io non ti offro la mia pietà, perché sei una dama nobile e valorosa e hai conquistato da sola fama e gloria [...] ; e sei una dama tanto bella che nemmeno le parole dell'idioma elfico potrebbero descriverti. E io ti amo. Un tempo ebbi pietà della tua tristezza. ma ora, se tu non conoscessi la tristezza, la paura e il dolore, se tu fossi anche la benefica Regina di Gondor, io ti amerei lo stesso. Non mi ami tu, Eowyn?"
Allora il cuore di Eowyn cambiò ad un tratto, e finalmente ella lo comprese. E il suo inverno scomparve, e il sole brillò dentro di lei.

Non ve lo aspettavate che “Il signore degli anelli” fosse anche così romantico, vero?
10. Quale personaggio famoso vorresti incontrare più di tutti?
Questa è la domanda che mi ha messo di più in crisi. Devo scegliere un personaggio vivente? E “famoso” in che senso? Un attore, uno scrittore, uno sportivo, un politico? E incontrarlo per fare cosa, per quanto tempo? No, niente da fare. Non riesco a farmi venire in mente nessuno.
11. Il regalo più bello che hai mai ricevuto?
La mia edizione de “Il Mago di Oz” a fumetti, di quando ero bambina (realizzato da Renato Queirolo e Anna Brandoli), recuperata dalla cantina dei miei e restaurata in gran segreto qualche anno fa da mio marito, che me l’ha fatta trovare sotto l’albero di Natale. Un libro prezioso, una prima edizione che ora è molto rara, ma che per me ha soprattutto il sapore dell’infanzia, della purezza, della spensieratezza di estati passate a leggere e disegnare mappe di paesi magici e lontani.

2) Premiare altri undici blogger che abbiano meno di 200 followers e che ritenete meritevoli.

Ecco, qui sono andata un pochino in difficoltà, soprattutto a trovare undici blog con meno di 200 follower che ritenessi sinceramente interessanti, anche perché le due amiche che mi hanno nominato sarebbero entrate di diritto in questa lista, e due dei blog più carini che seguo (Nik de Gli Alberi Da Libri e Letizia di Mete d'inchiostro) hanno già ricevuto la nomina per lo stesso premio. Allora, oltre a "rinominare" Martina e Alice, e ad aggiungere la mia nomina a quelle già ricevute da Nik e Letizia (ragazze, se avete voglia di rispondere alle mie domande io sarei tanto curiosa di leggere le vostre risposte...), elenco qui altri blog davvero interessanti che mi piacerebbe avessero molto più seguito, perché li ritengo validi e molto interessanti da leggere:


3) Comunicare la premiazione nelle bacheche dei vincitori

Sarà fatto, appena il post sarà online!

4) Proporre a vostra volta altre undici domande

Per le undici domande da porre, ho voluto rimanere in ambito letterario e chiedere qualcosa di personale alle blogger che nomino, anche se comunque riferito al mondo dei libri. Sono davvero curiosa di conoscere le risposte!

1) Qual è il romanzo che racconta una storia che vorresti vivere? Tenendo ben presente però che alla fine ritornerai alla tua vita di oggi...
2) Se potessi trasformarti in un personaggio letterario maschile, quale sceglieresti e perché? 
3) Qual è l'ultimo libro che hai letto al di fuori della tua "comfort zone" letteraria?
4) Parlaci di un "viaggio letterario" che hai amato molto... cioè un posto che ti è piaciuto dove senti quasi di essere stata, pur avendone solo letto.
5) Al contrario, qual è un luogo (o un tempo) terribile dove ringrazi di essere stata solo tramite le pagine di un libro?
6) Un tuo autore o autrice (vivente) "feticcio"? Cioè, di cui compri a scatola chiusa ogni suo nuovo titolo?
7) Rileggi mai libri? Sia in caso di risposta affermativa, sia negativa... perché?
8) Perché hai aperto un blog letterario?
9) Quando acquisti un libro, qual è l'aspetto che ti influenza di più? La copertina, la trama, l'edizione, il prezzo...
10) Il libro che stai leggendo in questo momento: perché proprio quello? Com'è arrivato a te?
11) Elenca cinque libri che leggerai quest'estate in vacanza.

Ecco fatto! Ancora grazie per la nomina, e a presto!

Cheers,
Eva

giovedì 20 luglio 2017

RECENSIONE - La giostra dei criceti - A. Manzini

Hello!

Oggi parliamo di un romanzo di Antonio Manzini: prima di Rocco (Schiavone, of course).

RECENSIONE
LA GIOSTRA DEI CRICETI
Antonio Manzini
2017, Sellerio
(prima pubblicazione 2007)

TRAMA: Quattro malavitosi della più squallida periferia romana fanno una rapina che finisce nei disegni complessi della criminalità che conta. Parallelamente un'organizzazione di altissimi funzionari dello Stato ordisce un folle piano "Anno Zero" per eliminare il problema delle pensioni. Sono i due ingranaggi, irrazionali quanto brutali nella loro efficienza, che muovono la giostra dei poveri idioti di vari livelli - dal piccolo criminale al boss camorrista, dall'inquietante generale all'alto burocrate, dall'impiegato dell'INPS che si sente un giustiziere alla fantastica ragazza innamorata - tutti in lotta contro il loro destino insensato.






I giorni della sua vita gli sembravano tutti uguali, come soldati schierati in parata. Indistinguibili. Si sforzava, cercava un giorno, un minuto da ricordare, che rendesse quella sua vita un po' più degna. Niente, non gliene veniva in mente uno. Era vissuto come un granello di sabbia. Niente da ricordare. Niente da dire in sua memoria. Nel momento in cui avesse chiuso gli occhi, nessuno se lo sarebbe più ricordato. Sentiva freddo. Parecchio. Cominciò a tremare. Non era giusto, ma la giustizia non esiste in natura. A lui era toccata quella vita, e gli era toccata finirla così.

Premetto che sono una fan sfegatata del "mitico" vicequestore Rocco Schiavone, delle sue indagini all'ombra delle vette della Valle d'Aosta, delle sue classifiche di rotture di coglioni, e della sua umanissima comprensione per le miserie umane. Da romana in vacanza proprio in Val d'Aosta, l'estate scorsa ho letteralmente divorato, uno dopo l'altro, i suoi cinque romanzi incentrati sul romanissimo Rocco, non tralasciando i suoi racconti, pubblicati nelle varie raccolte Sellerio, incluso le "cinque indagini romane" che secondo me sono quasi superiori alle vicende "nordiche" del vicequestore. E' infatti nelle atmosfere della periferia romana che Antonio Manzini dà a mio parere il meglio di sè, tratteggiando personaggi miserabili e umanissimi, indimenticabili.

La cosa si è ripetuta in questo romanzo, uscito quest'anno ma che in realtà era già stato pubblicato nel 2007, prima che l'autore si dedicasse al personaggio che lo ha reso famoso (su vasta scala, visto il successo della fiction che è stata tratta dai romanzi). Gran merito alla CE per aver ripubblicato questo romanzo nella sua forma originale, così che si potesse apprezzare lo stile iniziale di Manzini.

A me questo romanzo è piaciuto molto: oserei dire quasi, se non avessi paura di sfiorare la lesa maestà, che mi ha coinvolto più delle vicende del vicequestore (soprattutto quelle nordiche). Il fatto è che le atmosfere romane, i personaggi delle periferie povere e borgatare, le vicende di persone piccole e miserabili sullo sfondo di storie più grandi di loro, mi affascinano e colpiscono più delle beghe da borghesia abbiente con cui Schiavone ha a che fare nel suo esilio valdostano. Manzini è stato abile, già in questa sua prima prova narrativa, a tratteggiare lo squallore umano e personale dei "criceti" che si aggirano impazziti nella giostra della vita, o meglio nella loro gabbia. Le due vicende principali del romanzo corrono apparentemente parallele, finendo poi per intrecciarsi in un incrocio di personaggi e microrealtà tristi e squallide come ce ne sono in tante periferie, ma soprattutto in quelle della grande città, mostro che fagocita vite e risputa via impietoso resti di amori, amicizie, fratellanze tradite.

E' una storia cupa, a tinte fosche, a volte quasi splatter, priva di quel velo di ironia che permea, in fondo, le vicende di Rocco. A me è piaciuta molto, ma rendersi conto che non è tutto finto, che anzi a volte la realtà, certa realtà, supera la fantasia è davvero un duro pugno nello stomaco.

Cheers,
Eva

lunedì 17 luglio 2017

RECENSIONE - L'anima del mondo - A. Palomas

Hello!
Buongiorno e buona settimana a tutti. L'autore di cui vi parlo oggi ha avuto un bel successo lo scorso autunno con la pubblicazione del suo "Un figlio", una storia che è stata apprezzata moltissimo e che ha ricevuto recensioni entusiaste. Per puro caso (vedi qui) , qualche mese fa ho comprato il libro di cui vi parlo oggi, che mi ha molto colpito.

RECENSIONE
L'ANIMA DEL MONDO
Alejandro Palomas
El alma del mundo, trad. Silvia Sichel
Neri Pozza, 2011


Che cosa succede quando la vita decide di dare una seconda opportunità a chi ha sofferto l'infelicità per una perdita indimenticabile o per il sottile male di stare al mondo? In un pomeriggio di fine giugno, Otto Stephens e Clea Ross fanno il loro ingresso alla residenza per anziani "Buenavista", a pochi chilometri da Barcellona. Tutti e due da soli e sulle proprie gambe. Otto, capelli bianchi, fazzoletto al collo, pantaloni dal taglio impeccabile e bastone con il manico di legno scuro, entra accompagnato dalla sua risata gioiosa e cristallina. Clea, invece, fedelmente seguita da Rita, una cagnetta bianca a macchie nere e marroni. Clea è stata una promessa del violoncello, ma ha dovuto abbandonare la musica e la carriera per restare accanto al marito, noto direttore d'orchestra, e adesso vive di rimpianti. Otto, a novant'anni, è ancora lo stesso scanzonato e brillante dongiovanni che era un tempo. Quando i due anziani richiedono i servizi di un'infermiera privata che si prenda cura di loro e a entrambi viene affidata Ilona, le loro esistenze, destinate a spegnersi tra le mura di un ospizio, magicamente si ridestano e si rimettono in moto. Capelli neri, pelle chiara e occhi azzurri, Ilona è fuggita anni prima dall'Ungheria comunista. Ora lavora diligentemente come infermiera. Nel tempo libero, tuttavia, medita incessantemente sulla storia d'amore appena finita con un liutaio di nome Miguel. Così, quando Otto le chiede di dargli una mano a fabbricare un violoncello, lei decide di aiutarlo...

La vita è così: uno crede che ormai non è più, invece è sì, e quando uno spera di sì, non ne ricava niente.

Capita a volte di imbattersi in una bella lettura completamente per caso, senza aver mai sentito parlare del libro, avendo solo una vaga idea dell'autore e della sua letteratura. E' quello che è successo a me, quando mi sono dedicata alla lettura di questa storia scritta in modo affascinate e quasi ipnotico. Il libro mi ha preso piano piano, facendomi conoscere lentamente i personaggi ambigui e "diversi" che ne animano le pagine: Otto e Clea, due persone molto vecchie, ormai oltre la soglia di quel rispettoso "anziano" che usiamo per definire genericamente chi è entrato nella cosiddetta terza età, e soprattutto Ilona, una donna non più giovanissima che fa loro da infermiera e assistente nella casa di cura alle porte di Barcellona dove i due decidono di passare l'ultima parte della loro esistenza.

Il personaggio di Ilona è davvero interessante: dice pochissimo in tutto il libro ma il suo carattere, la sua storia, le sue paure e i suoi dolori sono tratteggati benissimo dai suoi pensieri che attraversano tutto il romanzo. Leggendo le sue riflessioni ho imparato qualcosa sulle dittature comuniste "oltre cortina", sul clima di paura e intimidazioni che condizionava pesantemente la vita di milioni di persone. Le sue ginocchia doloranti, il suo silenzio impaurito e la sua solitudine mi hanno colpito al cuore.

Anche la lunga vita di Clea e Ross affascina e colpisce: vite fatte di dolori, di incomprensioni, di sacrifici e rinunce, e quando si diventa vecchi e ci si guarda indietro, chi può dire cosa resta da salvare? Eppure, anche quando si intravede la fine, c'è sempre tanto da perdonare, tanto da ricordare, e tanto ancora da costruire.

Una lettura lenta, evocatrice e raffinata, un autore da approfondire.

Cheers,
Eva

martedì 11 luglio 2017

RECENSIONE - Piccole grandi cose - J. Picoult

Hello!

Per la mia prima recensione dopo un bel po' di tempo, oggi vorrei parlarvi di un libro della scrittrice americana Jodi Picoult, scrittrice che ho scoperto di recente grazie a uno dei più bei libri letti l'anno scorso, "Leaving" (trovate qui la mia reensione). La Picoult è molto conosciuta soprattutto per il libro "La custode di mia sorella", da cui è stato tratto l'omonimo film, e io pian piano sto leggendo tutti i suoi lavori perché mi piace moltissimo come costruisce le storie e come sfida il lettore a mettere in discussione le proprie idee. Gli argomenti che tratta non sono mai banali, anzi spesso si rimane stupiti davanti alla sua capacità di immergersi nelle situazioni e renderle coinvolgenti anche se  apparentemente lontane dalla nostra vita.

Appena è uscito, ho subito desiderato leggere questo suo ultimo lavoro, di cui vi parlo oggi.

RECENSIONE
PICCOLE GRANDI COSE
Jodi Picoult
Small Great Things, trad. L. Corradini Caspani
Corbaccio, 2016

Da più di vent'anni, Ruth Jefferson è infermiera ostetrica al Mercy-West Haven Hospital. Durante il proprio turno, mentre sta effettuando il check-up di un neonato, viene improvvisamente allontanata: i genitori di Davis sono bianchi suprematisti e non vogliono che Ruth, afroamericana, tocchi il bambino. L'ospedale soddisfa la loro richiesta di impedire a Ruth di avvicinarsi a Davis, ma il giorno successivo il piccolo ha delle complicanze cardiache proprio mentre Ruth è l'unica ostetirca in servizio. Intervenire oppure no? Obbedire all'esplicito divieto di toccare il bambino oppure al dovere etico di soccorrerlo? Ruth esita prima di effettuare il massaggio cardiaco, il bimbo muore e lei finisce per essere accusata di omicidio colposo. Kennedy McQuarrie, avvocatessa bianca, sceglie di impostare una linea difensiva che escluda a priori l'ipotesi di razzismo nei confronti dell'infermiera. Sarà la scelta giusta? Ruth e l'avvocatessa faticano a trovare un modo di intendersi, ma la vicenda giudiziaria si rivelerà infine utile a entrambe per capire molto di più di sé stesse e soprattutto per guardare il mondo da una nuova prospettiva.

"Hai ragione" concordo. "Ti serve giustizia." Ruth si ferma, pur continuando a distogliere lo sguardo da me. "Vorrai dire uguaglianza" rettifica.
"No, voglio dire giustizia. Uguaglianza è trattare tutti allo stesso modo. Ma giustizia è tener conto delle differenze, così tutti hanno una possibilità di riuscire." La guardo. "La prima suona equa. La seconda è equa. Uguaglianza è dare a due bambini un testo stampato. Ma se uno è cieco e l'altro ci vede, non ha senso."

Che libro splendido.
Quasi quasi potrei concludere qui, perché davvero è uno dei libri più potenti ed emozionanti che io abbia letto negli ultimi anni. E' vero, io sono molto sentimentale nelle mie recensioni, e purtroppo (o per fortuna) non riesco a separarmi dalle emozioni che una storia mi muove dentro, quando sono così profonde come quelle che questo libro mi ha suscitato. Le mie recensioni, che altro non sono se non riflessioni su quello che leggo, sono lo specchio di quello che ho provato leggendo, un chiacchierare a volte confuso che non può che concludersi in questo caso con un'esortazione a tutti: leggetelo!

E' scritto come al solito molto bene, e come al solito, data la grande bravura dell'autrice, è capace di offrire al lettore diversi punti di vista di una stessa questione, forzandolo a mettere in discussione sè stesso e le proprie convinzioni (o illusioni). Come si evince già dalla trama, il tema principale è il razzismo, soprattutto quello nei confronti delle persone di colore, ma nel libro è visto da tanti aspetti, non solo quello della discriminazione delle persone con un colore della pelle diverso da quello della maggioranza. C'è infatti anche una profonda riflessione sulla genitorialità e sul dolore terribile causato dalla perdita di un figlio, con un interessante contrasto tra l'umanissima pietà e compassione che proviamo istintivamente per due genitori colpiti da un dolore così grande e la contemporanea e immediata repulsione per le idee e la vita di quegli stessi genitori. E' bello e, per me, completamente inedito l'argomento della "riconversione" dei razzisti, con una riflessione sul percorso di consapevolezza che, soprattutto negli Stati Uniti, molte persone fanno a proposito delle loro convinzioni. C'è il punto di vista delle persone "bianche", magari genuinamente non razziste, ma così terrorizzate dalla raccapricciante ipotesi di scoprirsi peggiori di quanto credono da sottolineare invece, senza volerlo, ogni differenza tra due mondi contrapposti e che spesso non riescono davvero a parlarsi. E c'è il punto di vista delle persone di colore che vogliono, anzi sono orgogliosi di "differenziarsi" il più possibile, perché loro non sono "come i bianchi", non vogliono l'elemosina di una concessione da parte di indulgenti padroni.

Questo romanzo mi ha fatto riflettere soprattutto su quello che la Picoult chiama "razzismo inconsapevole": nessuno di noi bianchi si sofferma mai a pensare al peso che il colore della sua pelle ha nell'ambiente che frequenta, è un dato di fatto acquisito che noi bianchi siamo la "norma". Pensate quando leggiamo un romanzo: non ci viene detto di che colore è la pelle dei protagonisti, a meno che non sia nero... Soprattutto mi ha colpito tantissimo un passaggio in particolare: al contrario dei neri, nessun bianco cresce con l'idea e l'acuta consapevolezza che quello che fa, in bene o in male, ricadrà in positivo o in negativo su tutti quelli della sua "razza". Io ho pensato tanto, leggendo questo libro, mi sono arrabbiata, ho riflettuto e anche pianto. Che brava Jodi Picoult!

Cheers,
Eva

venerdì 7 luglio 2017

Un nuovo inizio

Hello!

Bentornati nel mio angolo, dove torno dopo un po'!
Grazie mille per esservi riaffacciati qui da me. E' tanto tempo che non scrivo qui sul blogghino, anche se ovviamente, in tutto questo tempo, non ho smesso di leggere.
In queste ultime settimane, anzi, ho letto tanto e così bene come non mi capitava da tanto tempo.

Spero che la sorpresa che avete trovato vi sia piaciuta... ebbene sì, dopo parecchio tempo ho cambiato la grafica del blog.
In questo periodo di "stand by", ho provato a lavorare sull'aspetto esteriore del mio spazio, cercando di renderlo più semplice e pulito, più lineare, più "mio". Non garantisco che rimarrà identico nei prossimi giorni, potrebbero esserci alcuni piccoli aggiustamenti, soprattutto perché voglio renderlo il più pratico possibile e io non sono così brava con robe di grafica e così via... anzi, ogni suggerimento e consiglio è ben accetto!

Questo mio riaffacciarmi nel mondo della blogosfera ha per me il sapore di un riavvio, di un nuovo inizio, in cui dare spazio soprattutto a un aspetto della mia vita che è da sempre, per me, fondamentale: leggere storie. In queste ultime settimane mi sono resa conto che sono fisicamente circondata di storie, che a casa ho decine e decine di libri comprati negli ultimi anni sull'onda di un impulso, di una spinta all'accumulo che, mi rendo conto, sta cominciando a sconfinare quasi nell'ossessione. Quanto c'è ancora da leggere, e quanto poco tempo c'è sempre...
Per questo, qui in questo mio spazio d'ora in poi troverete anche chiacchierate su libri usciti non proprio recentemente, in aggiunta a qualche nuova uscita, soprattutto quelle dei miei ben noti autori "feticcio". Inoltre, come sempre non troverete mai recensioni del tutto negative: dato che "la vita è troppo breve per leggere libri brutti", farò come sempre mio il Diritto Del Lettore Numero 3 ("Il diritto di non finire il libro") e porterò a termine solo quei libri che mi lasciano qualcosa di positivo dentro.

Il mio "nuovo inizio" è testimoniato anche dal nuovo nome del blog, che ora come potete vedere è

La libreria di Eva

a simboleggiare il fatto che questo spazio virtuale sarà un po' il riflesso dei miei scaffali di casa, sui cui si accumulano viaggi della mente, pensieri, un po' di polvere e tanta libertà. Negli ultimi tempi, dopo un'ubriacatura di letture su ebook e tablet, per me sta infatti ritornando prepotente l'esigenza di leggere su carta, anche ma non solo per non "sprecare" il vero patrimonio di parole e immaginazione che mi circonda in casa, patrimonio per il quale spendo molto più che per qualsiasi altra cosa che mi riguardi.

Per oggi vi lascio, augurandovi uno splendido weekend che in tutta Italia si preannuncia di sole e caldo estivo: al mare o in montagna, in città o al lago, buone letture!

A presto.

Cheers,
Eva

giovedì 4 maggio 2017

Per dirla con Mark Twain...

Hello!

"La parola giusta può essere efficace, ma nessuna parola sarà mai efficace come una pausa al momento giusto"
Mark Twain

No, non sono partita improvvisamente per l'altro emisfero, non sono sparita dalla faccia della terra. Sono ancora qui, sto bene, ma nelle ultime settimane una sottile inquietudine mi si è insinuata nei pensieri. 
Ormai sono quasi due anni e mezzo che ho lanciato al mondo questo mio blogghino, in cui mi diverto a parlare delle sciocchezze che scrivo (sempre meno, in realtà) e delle belle sensazioni che mi  lasciano i libri che mi appassionano. Un blogghino che è uno spazio in cui mi sono sempre rifugiata come in "una stanza tutta per me", in cui parlare di cose belle: buone letture, iniziative interessanti, passioni. Un blogghino che è, senza alcuna recriminazione da parte mia, un angoletto microscopico di un mondo vasto e variegato che si ingrandisce sempre di più. Avete idea di quanti lit-blog ci sono in rete? Partendo da quelli più di nicchia e poco conosciuti, passando da quelli di genere (tipicamente giallo o rosa), fino ad arrivare ai blog più importanti e riconosciuti, che comunque, al netto di gusti più o meno affini ai miei, fanno un gran lavoro di promozione della lettura e ne ricevono il giusto riconoscimento... recentemente ne ho contati più di un centinaio, ma limitandomi a quelli su blogger. E wordpress? E i siti  specializzati? Tutto un mondo a me sconosciuto - perché io ho davvero poco poco tempo da dedicare ad altro che non sia la mia famiglia e il mio lavoro "vero", intenso e a tempo pieno. 
E ultimamente sono sempre più stanca. Sempre più sento la fatica di leggere quasi solo per poi recensire, del leggere cercando la frase per la citazione giusta, senza il piacere di abbandonarsi alla lettura... e basta. 
La lettura per me è sempre stata una parte imprenscindibile della mia giornata, un modo naturale di essere, ma sempre più in queste ultime settimane ha preso forma la sensazione che non fosse più così. Una brutta, bruttissima sensazione di "dovere", quasi che il blog, e tutto quello che c'è attorno  (scrivere recensioni, rimanere attiva sui blog amici, trovare interessanti argomenti di cui chiacchierare) si fosse trasformato in una incombenza obbligatoria. 
Per tutto questo ho deciso di premere il tasto "pausa". 
All'inizio di Aprile mi sono data un termine: per un mese, prova a leggere senza pensare al blogghino, come se non esistesse, com'era prima che decidessi di lanciarti in questa avventura. E vedi come va. 
Com'è andata? E' andata che sono ancora in apnea. Mi sento ancora bloccata, quasi soffocata dall'idea di leggere per doverne poi parlare qua. 
E quindi ho bisogno di un altro po' di tempo, e sentivo di doverlo scrivere, di doverlo dire alle amiche affezionate che apprezzano le cose che scrivo qui, che non meritano che io  sparisca per chissà quanto tempo ancora senza neanche una parola di spiegazione. 

Non so per quanto ancora il blog resterà ancora in pausa, ma sono sicura che non sarà definitiva. Non sono ancora pronta a mettere la parola fine alla mia presenza nella blogosfera, e certamente rientrerò, più carica di prima, per parlare qui nel mio spazietto delle belle cose che leggo e condividere  emozioni e scoperte. Scusate se non sarò così attiva neanche nei vostri blog, magari non lascerò spesso commenti ma sappiate che ci sono e vi leggo.

Ci rivediamo presto, prometto. 

Cheers,
Eva

venerdì 31 marzo 2017

RECAP mensile - Marzo 2017

Hello!

Eccoci giunti a un altro appuntamento con il consueto riassunto mensile delle mie letture, in questo ultimo giorno di Marzo in cui l'aria, qui a Roma, profuma di una splendida primavera...
Vediamo insieme quali sono state le storie che mi hanno accompagnato in questo mese.


Jane e il mistero del Reverendo e Jane e il segreto del Medaglione - S. Barron.
Il secondo e il terzo volume delle indagini di Jane Austen. Riletture che mi concedo sempre quando sono in cerca di una storia sicuramente interessante, scritte magnificamente in uno stile che ricorda benissimo quello originale di zia Jane. Adattissime a chi non si stanca mai delle atmosfere austeniane. Qui la mia recensione al primo dei due volumi letti questo mese.


Ogni giorno ha il suo male - A. Fusco
Mi ero approcciata con molta curiosità a questo libro, sperando in una bella lettura, in uno di quei gialli che fidelizzano il lettore, spingendolo a seguirlo nelle successive storie. Purtroppo non mi ha colpito molto. Il libro è scritto indubbiamente bene, l'autore è del mestiere e si vede, ma è mancato quel guizzo, quel qualcosa in più che fa emergere la storia, il personaggio, un carattere. Non proseguirò la serie.



Ciò che inferno non è - A. D'Avenia
Splendida lettura, emozionante e commovente. Mi è piaciuto moltissimo, qui la mia recensione.


Magari domani resto - L. Marone
Comprato e letto con molti molti dubbi: ne avevo letto solo recensioni estasiate e positive, e in genere non riesco ad approcciarmi a un libro se ha aspettative così alte. Invece alla fine si è rivelato piacevole, non straordinario come l'hanno giudicato tanti altri ma una bella storia, che mi ha coinvolto e incuriosito fino alla fine. La cosa più bella è lo straordinario nome della protagonista (Luce Di Notte, che ha per me un significato personale molto particolare), e alcuni scorci di Napoli che io ho "rivisto", vividi e chiari come se ancora vivessi in quel delirio di città.



Ninfee nere - M. Bussi
Un noir francese di provincia molto particolare, con tante storie apparentemente slegate che si incastrano nel tempo e nello spazio, e un finale strepitoso e assolutamente inaspettato. Qui la mia recensione.



Questa non è una canzone d'amore - A. Robecchi
Una piacevolissima scoperta, una Milano insolita e particolare. Ne ho parlato qui, e subito mi sono tuffata alla scoperta delle altre avventure di Carlo Monterossi.









Spero che qualcosa possa incuriosire anche voi. 

Cheers,
Eva







giovedì 30 marzo 2017

RECENSIONE - Questa non è una canzone d'amore - A. Robecchi

Hello!

Oggi vi parlerò di una scoperta fatta in totale autonomia, nel senso che non avevo letto niente da nessuna parte su quest'autore, sui suoi libri e personaggi... e come vedrete, sono molto felice di averlo scoperto!

RECENSIONE
QUESTA NON E' UNA CANZONE D'AMORE
Alessandro Robecchi
Sellerio Editore

TRAMA: Un fortunato autore televisivo ha abbandonato la trasmissione cui deve la fama e una discreta agiatezza. Si chiama Crazy Love e racconta la vita sentimentale della "né buona né brava gente della Nazione". Sotterfugi, tradimenti, odio, passioni e rancori, al motto di "Anche questo fa fare l'amore". Un enorme successo, ma lui non ne può più. Felice e orgoglioso della sua scelta, una sera gli si presenta in casa un tizio che cerca di ucciderlo. Si salva la vita, ma da qui in poi cominciano i guai. Una coppia di killer colti e professionali, due zingari in cerca di vendetta, una giovane segugia col cuore in frantumi, collezionisti e contrabbandieri di souvenir nazifascisti, qualche morto di troppo. Sullo sfondo accanto a una Milano multietnica e luccicante, la vita brulicante del campo rom, la sua cultura, la sua eticità. Questo di Robecchi è un giallo e una commedia, tra Scerbanenco e le canzoni di Enzo Jannacci. Raccontata da una voce caustica e cattiva, che tutto commenta e descrive con acuminata ironia, e che tiene in equilibrio il sarcasmo ribelle e sfacciato del suo investigatore chandleriano (appassionato di Bob Dylan) e il cinismo a suo modo morale del punto di vista criminale e della vendetta.

Voi continuate a pensare che Milano sia una città grigia. Liberissimi.
Ma ci sono delle albe, e nemmeno troppo raramente, in cui un azzurro cilestrino che toglie il fiato si litiga l'orizzonte con un rosa che non vuole andarsene, ed è una danza che vale la pena vedere.

Ma che bella scoperta questa voce milanese scanzonata, ironica fino al sarcasmo, divertente e cinica, che ci racconta una storia coi fiocchi: una trama articolata, ben costruita, ben raccontata, intervallata da citazioni delle canzoni di Bob Dylan, che ci accompagnano come una colonna sonora tra i viali e i vicoli di una città dipinta troppo spesso solo come frenetica e grigia.
Sin dalle prime battute, seguiamo Carlo Monterossi nelle peripezie in cui è coinvolto suo malgrado, una specie di viaggio alla Tutto in una notte, in cui, accompagnato dai suoi fidati amici Nadia e Oscar, si troverà ad affrontare un'indagine per cercare di capire chi lo vuole morto e perché.
I personaggi che il protagonista incontra emergono da un sottobosco insospettabile di malaffare ed espedienti, che gli aprono uno squarcio inedito su una vita altra rispetto a quella patinata e luccicante che suo malgrado ha vissuto fino a quel momento: due killer su commissione, una coppia di zingari saggi e dalla sapienza antica, un'esperta hacker informatica arrabbiata col mondo, un vecchio malato e terribile, una giovane e bellissima ragazza ormai disillusa, o forse ancora no...

Ho davvero apprezzato questo romanzo, si legge molto velocemente e la storia è intrigante, sorretta da una buona scrittura, a tratti molto divertente: mi sono trovata spesso a sorridere e a volte anche a ridacchiare da sola, soprattutto durante i siparietti di Carlo con la simpaticissima domestica Katrina, che gli pulisce casa e prega perché lui finalmente trovi una bella ragazza e si sistemi.

Mi è piaciuta molto anche la satira sui programmi spazzatura (la grande "Fabbrica di Merda") che appassionano milioni di telespettatori, ansiosi di sbirciare dal buco della serratura vicende sempre più scabrose e scandalose, per poter forse sentirsi migliori nella propria mediocrità. In particolare, la conduttrice del programma "Crazy Love" è ricalcata sulla conduttrice più famosa della nostra TV, con i suoi sorrisi sparati sotto la luce dei riflettori che le levigano la pelle mentre parla dei particolari più sordidi e dolorosi con lo stesso tono con cui lancia il successivo blocco pubblicitario.

Su tutto, mi è piaciuto molto come Robecchi parla di Milano, della sua città, descrivendola con amore e disincanto, senza abbellirla né impreziosirla, che guardando certi scorci della Milano da bere, della città del fare, della gran Milan, non ve n'è affatto bisogno.

I Giardini "Indro Montanelli" di Porta Venezia

Sono stata molto felice di scoprire che Robecchi ha scritto altri quattro capitoli con protagonista Carlo Monterossi: altre quattro storie da scoprire, in compagnia di personaggi ben caratterizzati cui mi sono già affezionata.

Cheers,
Eva