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mercoledì 7 marzo 2018

RECENSIONE - "Arabesque" - A. Gazzola

Buongiorno!

Vi parlo oggi di una mia recente lettura, un romanzo lieve e simpatico che ha avuto il sapore di un "ritorno a casa" per me.

RECENSIONE
ARABESQUE
Alessia Gazzola
2017, Longanesi

TRAMA: Tutto è cambiato, per Alice Allevi: è un mondo nuovo quello che la attende fuori dall'Istituto di Medicina Legale in cui ha trascorso anni complicati ma, a loro modo, felici. Alice infatti non è più una specializzanda, ma è a pieno titolo una Specialista in Medicina Legale. E la luminosa (forse) e accidentata (quasi sicuramente) avventura della libera professione la attende. Ma la libertà tanto desiderata ha un sapore dolce amaro: di nuovo single dopo una lunga storia d'amore, Alice teme di perdere i suoi punti di riferimento. Tutti tranne uno: l'affascinante e intrattabile Claudio Conforti, detto CC, medico legale di comprovata professionalità e rinomata spietatezza. Quando le capita il suo primo incarico di consulenza per un magistrato, Alice si rimbocca le maniche e sfodera il meglio di sé. Al centro del caso c'è una donna di 45 anni, un tempo étoile della Scala e oggi proprietaria di una scuola di danza. In apparenza è deceduta per cause naturali. Eppure, Alice ha i suoi sospetti e per quanto vorrebbe che le cose, per una volta almeno, fossero semplici, la realtà è sempre pronta a disattenderla. Perché, grazie alla sua sensibilità e al suo intuito, Alice inizia a scoprire inquietanti segreti nel passato della donna, legati all'universo - tanto affascinante quanto spietato e competitivo - del balletto classico...

Adesso tutto torna. Maddalena ha voluto indossare quell'abito, lo stesso che portava quando erano felici e che si è animato di vita perché probabilmente lui una volta glielo ha tolto di dosso. Lo ha cercato per anni, uguale. Per poterlo guardare ancora una volta e per provare ancora le emozioni di quella giovinezza che se n'era andata via. Avrebbe dovuto mandare al diavolo il balletto, suo padre e tutto il resto. Ora chi glieli dà più i fiori del suo giardino, le notti senza stanchezza, i suoi vent'anni?

Settimo volume (comprendendo anche il breve prequel) della serie de L'allieva, alias Alice Allevi, l'impacciata medico legale inventata da Alessia Gazzola, che l'anno scorso ha avuto anche una versione televisiva (e a quanto so, è attualmente in preparazione anche la seconda stagione della fiction interpretata da Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale). Dopo i primi tre volumi ("L'allieva", "Un segreto non è per sempre" e "Le ossa della principessa") avevo interrotto la serie (i due successivi sono "Una lunga estate crudele" e "Un po' di follia in primavera"), in parte perché distratta da altri tipi di lettura, in parte perché un pochino annoiata dal tira-e-molla sentimentale dell'eterna indecisa protagonista, che mi sembrava stesse prendendo il sopravvento sulle vicende gialle e sulle indagini alla C.S.I. che tanto mi avevano incuriosito all'inizio. Avendo saltato i successivi due volumi della serie, avevo un po' di timore di perdermi nel leggere questo settimo episodio (acquistato grazie a una super offerta Kindle). In realtà "Arabesque" si è rivelata una piacevolissima lettura, una rigenerante pausa leggera ma non banale tra alcune letture "importanti", che in definitiva fa esattamente quello che promette: intrattenere senza essere sciocco e superficiale. Non aver seguito le ultime vicende di Alice e il suo dibattersi tra Arthur e Claudio, e non essere stata quindi aggiornata sui risvolti rosa della sua vita, non ha inficiato affatto la lettura di questa storia, e anzi, l'evolversi dei suoi sentimenti mi è sembrato finalmente un po' più maturo e meno ondivago e indeciso e mi ha permesso di dedicarmi ad una lettura rigenerante.

E poi la vicenda gialla di questo "Arabesque" mi ha davvero stupito (in positivo): molto ben costruita, con bei personaggi e bei retroscena, con una notevole introspezione psicologica piuttosto inaspettata, e con uno sguardo adulto ma non disincantato sui rimpianti, sulle occasioni perdute, sulle scelte di vita che spesso portano su strade impreviste e un po' tristi.

Mi piace questa Alice un po' più sicura di sé stessa, sempre empatica e sensibile ma molto più fredda nell'analisi dei suoi stessi sentimenti e di quelli delle persone che la circondano nella sua vita personale ma anche - e soprattutto, direi - di quelle che incontra nel corso del suo lavoro, che siano vittime, testimoni o colpevoli.

Buone letture,

Eva

giovedì 1 marzo 2018

RECENSIONE - "Un ragazzo normale" - L. Marone

Buongiorno!

Oggi vi parlo di un romanzo che, a quanto pare, sta dividendo la "critica" (nel senso probabilmente ristretto dei blog letterari) tra chi lo ha amato e chi invece ne è rimasto deluso...

RECENSIONE
UN RAGAZZO NORMALE
Lorenzo Marone
2017, Feltrinelli

TRAMA: Mimì, dodici anni, occhiali, parlantina da sapientone e la fissa per i fumetti, gli astronauti e Karate Kid, abita in uno stabile del Vomero, a Napoli, dove suo padre lavora come portiere.
Passa le giornate sul marciapiede insieme al suo migliore amico Sasà, un piccolo scugnizzo, o nel bilocale che condivide con i genitori, la sorella adolescente e i nonni.
Nel 1985, l’anno in cui tutto cambia, Mimì si sta esercitando nella trasmissione del pensiero, architetta piani per riuscire a comprarsi un costume da Spiderman e cerca il modo di attaccare bottone con Viola convincendola a portare da mangiare a Morla, la tartaruga che vive sul grande balcone all’ultimo piano. Ma, soprattutto, conosce Giancarlo, il suo supereroe. Che, al posto della Batmobile, ha una Mehari verde. Che non vola né sposta montagne, ma scrive. E che come armi ha un’agenda e una biro, con cui si batte per sconfiggere il male.
Giancarlo è Giancarlo Siani, il giornalista de “Il Mattino” che cadrà vittima della camorra proprio quell’anno e davanti a quel palazzo.
Nei mesi precedenti al 23 settembre, il giorno in cui il giovane giornalista verrà ucciso, e nel piccolo mondo circoscritto dello stabile del Vomero (trenta piastrelle di portineria che proteggono e soffocano al tempo stesso), Mimì diventa grande. E scopre l’importanza dell’amicizia e dei legami veri, i palpiti del primo amore, il valore salvifico delle storie e delle parole.
Perché i supereroi forse non esistono, ma il ricordo delle persone speciali e le loro piccole grandi azioni restano.

Era già a qualche metro di distanza quando si voltò.
"Mimì..."
"Eh..."
"Il finale... potresti lasciarlo aperto a più possibilità. Mica devi per forza trovare una soluzione per far contento il lettore, non tutte le storie hanno un buon finale", e mi strizzò l'occhio.
E' vero, Giancà, non tutte le storie hanno un buon finale.

Una casa vuota, disabitata, silenziosa. Muri spogli, segnati dal tempo: qui l'ombra di una libreria, là probabilmente c'era il letto, e il lungo corridoio per arrivare a un terrazzo che, chissà perché, da bambino sembrava enorme. E sul muro, un po' nascoste, le loro iniziali, incise in un pomeriggio di noia: SFMV. Sasà Fabio Mimì Viola. Quattro dodicenni napoletani, il racconto della loro estate del 1985, e Mimì, ormai un quarantenne Domenico, con moglie e figlio, che vive altrove, che cammina tra i ricordi di quei mesi.

Nel corso di quell'estate, Mimì ha sperimentato per la prima volta cosa significa crescere: abbandonare per sempre il sé stesso bambino, con gli ultimi strascichi dell'infanzia che fanno spazio ai turbamenti adolescenziali, alla sete di libertà e giustizia, alle amicizie "da grande". In un continuo avvolgersi del tempo, andando avanti e indietro nei ricordi di questo ragazzo napoletano tanto particolare, anche noi lettori facciamo la conoscenza con personaggi reali oppure inventati ma realistici e vivacemente caratterizzati. Ci sono i nonni, saggi e teneri, che regalano di nascosto a Mimì le "diecimila lire" per offrire il gelato alla ragazza del cuore; ci sono mamma e papà, una mamma e un papà normali, che non capiscono bene questo figliolo tanto diverso ma che comunque ne sono orgogliosi, e tanto in ogni caso lo accetterebbero e lo amerebbero comunque fosse; c'è Viola e la sua famiglia di ricchi borghesi del Vomero, a cui Mimì guarda dal "basso" del gabbiotto del portiere; c'è l'amico Sasà, simbolo di tanti ragazzi napoletani un po' borderline, in bilico tra la legalità e il grande salto nel "sistema", che potrebbe garantire loro quella ricchezza e quel benessere da cui si sentono, con rabbia, esclusi.

E poi c'è lui, Gianca'. Giancarlo Siani, un ragazzo normale. Un giornalista coraggioso. Un supereroe con cui sperimentare la lettura del pensiero, a cui chiedere consigli d'amore e letterari, con cui cantare a squarciagola la canzone preferita di Vasco Rossi, da difendere a spada tratta nei confronti degli altri adulti, spaventati dal suo mettersi in mostra, dal suo non chinare la testa come tutti.

Ho trovato questo libro poetico, commovente, emozionante e ben scritto. "Un ragazzo normale" è il secondo romanzo di Marone che leggo, qualche mese dopo "Magari domani resto" che mi era piaciuto molto soprattutto per il personaggio di Luce. Ma mentre lì avevo trovato molta cartolina, una Napoli ben descritta ma forse troppo positiva e in buona "luce" (perdonate il gioco di parole), qui ho trovato tanto cuore napoletano, con i suoi lati oscuri e profondi, con le sue paure, le sue vigliaccherie, le sue inevitabili piccolezze.

Quando Mimì parla come nessun altro, in modo assurdo e quasi inverosimile, senza preoccuparsi di essere preso in giro per le sue parole complicate, per la sua cultura enciclopedica, per la sua pignoleria, per il suo essere profondamente, immensamente diverso da tutti quelli che gli girano intorno, comprese le persone che lui pure ama, sta rimarcando secondo me la necessità (inconscia) di staccarsi in modo radicale dall'ambiente in cui si è cresciuti per poter essere diversi, per poter andare via, davvero.

Nell'estate in cui tutto cambiò, non soltanto Giancarlo Siani venne ucciso da due sicari in una tiepida sera di settembre. Non soltanto Mimì ha perso la sua innocenza, inesorabilmente lasciata indietro insieme al rimbombo dei 10 colpi di pistola che raggiunsero il suo grande amico, il suo supereroe non più invulnerabile, sulla sua ormai mitica Mehari verde.

Nell'estate in cui tutto cambiò, un'intera città si risvegliò Fortapàsc.


Buone letture,

Eva.

martedì 5 dicembre 2017

RECENSIONE - "Giulia 1300 e altri miracoli" - Fabio Bartolomei

Buongiorno!

Stregata dalla penna lieve e dall'immaginazione di Fabio Bartolomei (QUI la mia recensione alla storia dei terribili vecchietti de "La banda degli invisibili"), ho deciso di approfondire le tematiche di questo scrittore e mi sono dedicata al suo primo lavoro...

RECENSIONE
GIULIA 1300 E ALTRI MIRACOLI
Fabio Bartolomei
2011, Edizioni E/O

TRAMA: A Diego, quarantenne traumatizzato da un lutto familiare, con un lavoro anonimo e un talento unico per le balle, accade di imbarcarsi in un’impresa al di sopra delle sue capacità, l’apertura di un agriturismo; accade che decida di farlo in società con due individui visti solo una volta e che in comune con lui hanno esclusivamente la mediocrità; accade anche che a scongiurare il fallimento immediato sia l’intervento di un comunista nostalgico e che la banale fuga in campagna si trasformi in un atto di resistenza quando nell’agriturismo si presenta un camorrista per chiedere il pizzo. Una “miracolosa” commedia all’italiana che ci fa ridere da pazzi senza nascondere i mali e i difetti del nostro paese.





Pensavo che a questo punto avrei sentito la mancanza della mia vita, della città, delle vecchie abitudini. Mi sbagliavo, anche se in definitiva qui non ho trovato nulla di ciò che cercavo. Volevo una vita più tranquilla e invece mi trovo ad affrontare un problema dietro l'altro; volevo un riscatto dalla mediocrità e, almeno al momento, non ho costruito niente di cui essere fiero; volevo l'avventura e certo, non che qui manchino le emozioni, ma avevo in mente qualcosa di decisamente diverso. Eppure non sento la nostalgia di niente.

A parte il fatto che le copertine dei romanzi di Bartolomei che ho letto finora mi hanno attratto immediatamente (quell'arancione brillante dei vecchietti della Montagnola, questo verde scuro profondo e vivissimo dell'agriturismo tra Campania e Lazio), bisogna dire che le sue storie difficilmente lasciano indifferenti. Con questo "Giulia 1300" - titolo incantevole - Fabio Bartolomei affabula e stupisce per (quasi) tutto il tempo. La storia è semplice anche se un po' surreale: tre quarantenni romani, diversissimi tra loro per carattere, idee, atteggiamento nei confronti della vita e dei rapporti con le persone, decidono per caso di provare a dare una svolta alla loro mediocre esistenza e, senza conoscersi, nel pieno del delirio e del crollo della loro vecchia vita si lanciano nell'avventura di trasformare un casale della campagna tra Campania e Lazio in un agriturismo. Senza sapere niente di ristrutturazione, di intrattenimento ospiti, e in fondo neanche di come muoversi in un ambiente che non sia quello ben noto e conosciuto a ciascuno di loro, e con l'aiuto di un gruppetto di personaggi tra i più disparati, l'avventura sembra mettersi bene. Senonché l'inaspettato sbattere in faccia alla realtà della zona presenta loro il conto: un camorrista, poi altri due, poi due carabinieri corrotti, poi un altro camorrista ben più cattivo e feroce dei primi, insomma una catena di guai che i nostri affrontano con incoscienza e follia.

Si ride, anche molto in alcuni punti. A me è piaciuto molto il personaggio del veterocomunista Sergio, che inaspettatamente trova in questi tre sfigati e nella loro impresa il modo di provare a dare concretezza ai suoi sogni di una vita. E i tre immigrati clandestini, Abu, Samuel e Alex, con le loro storie antiche e la loro saggezza imperturbabile, che mettono i tre protagonisti di fronte alle loro paure e alle loro piccolezze, offrendo loro una possibilità di parziale riscatto.

La penna di Bartolomei è felice, efficace, nel descrivere paesaggi ed evocare suggestioni, come il camorrista esperto di musica classica e le speranze ostinate che nascono nel cuore dei protagonisti. Quello che non mi ha lasciato pienamente soddisfatta è il finale: fino a dieci pagine dalla fine reputavo questo un grandissimo libro, con situazioni un po' forzate, certo, e svolte nella trama non proprio credibili, ma la sospensione dell'incredulità ha funzionato benissimo ed ero sicura che l'autore sarebbe riuscito, alla fine, a tirare tutte le fila della trama per rendere giustizia all'evoluzione psicologica dei personaggi e allo svolgersi della vicenda... e invece il tutto è rimasto sospeso, aperto, in un finale-non finale che mi ha un pizzico deluso, perché ora, a distanza di tempo dopo aver concluso la lettura, mi sembra sempre più che l'autore si sia spinto troppo in là nello spingere le vicende e che a un certo punto non sapesse più come tirarsi fuori da un'impasse narrativa.

La fine della storia è solo suggerita, lasciata all'immaginazione del lettore, evocata nelle considerazioni finali dei tre protagonisti a bordo della Giulia 1300 del titolo, ma io avrei preferito vedere con i miei occhi la conclusione della vicenda, e sapere cosa succede ai due personaggi di cui improvvisamente non si sa più nulla (non dico niente per non rovinare la lettura a chi ancora non l'ha letto).

In definitiva, un bel libro ma a mio parere leggermente inferiore a "La banda degli invisibili". Adesso voglio senza dubbio dedicarmi a "We are family" e "La grazia del demolitore", due altri titoli di Fabio Bartolomei che sono finiti dritti dritti nella mia lista dei desideri.

Buone letture,
Eva

mercoledì 29 novembre 2017

RECENSIONE - "Isole minori" - Lorenza Pieri

Buongiorno!

Ancora una storia familiare, un rapporto tra sorelle, al centro del romanzo di cui vi parlo oggi.

RECENSIONE
ISOLE MINORI
Lorenza Pieri
2016, Edizioni E/O

TRAMA: Due sorelle nate negli anni Settanta su un’isola con meno di mille abitanti, una madre combattiva e un padre edonista, una nonna partigiana, un ragazzo selvatico. Un racconto che dura quattro decenni e ha come centro geografico, politico e sentimentale l’isola del Giglio. Un luogo apparentemente paradisiaco e lontano dal resto del mondo, ma che diventa punto di partenza e di arrivo di eventi che segnano una storia familiare e al tempo stesso la storia del paese. Teresa, figlia minore e voce narrante, tenterà di fuggirne per trovare il suo posto nel mondo, ma con l’isola dovrà tornare a fare inevitabilmente i conti, così come dovrà farli con il distacco dalla sorella, amata e odiata, con le vicende politiche che continuano a ossessionarla, con la nostalgia della lunga estate che è stata la sua infanzia, con la sua “minorità”, la cui accettazione è la chiave per recuperare tutto quello da cui le sembrava necessario fuggire. Sospeso tra romanzo di formazione, saga familiare, parabola sugli ultimi quarant’anni di storia italiana, il romanzo di Lorenza Pieri è un libro intenso e luminoso, in cui la lingua ha la forza magnetica della natura selvaggia e del mare a cui si ispira.

Caterina il sole, io nella sua ombra.
Caterina che piange di rabbia, io che rido per niente.
Caterina e le sue storie, io il suo pubblico.
Caterina l'avvocato, io il cliente assolto.
Caterina rossa, tra i rovi e l'erba secca, io mora, tra i papaveri e le ginestre.
Caterina continente, io isola minore.

Faccio una piccola premessa: scrivo questa recensione un po' di tempo dopo aver letto questo libro, e nonostante questo riesco ancora a sentire la gioia che mi ha portato l'averlo fatto, tanto che, restia a separarmene fisicamente, non l'ho prestato neanche all'unica persona a cui non ho paura di affidare i miei libri, certa che li tratterà come e meglio di me. Eppure, con questo "Isole minori", è scattato davvero qualcosa: quell'affezione particolare che ti porta ad amare un libro, a essere felice di averlo letto e di saperlo lì, al sicuro nella tua libreria, pronto per essere preso di nuovo in mano in qualsiasi momento, per essere sfogliato e riletto e amato, di nuovo.

Lorenza Pieri ha scritto (magnificamente) una storia di famiglia, una di quelle che si svolgono su un arco temporale lunghissimo - decenni - e che permettono di seguire nella loro crescita i personaggi e i luoghi, a cui ci affezioniamo e di cui vogliamo seguire le sorti. Sapere cosa accadrà loro, star loro accanto durante le difficoltà, gioire dei loro successi e soffrire delle loro frustrazioni, che sono un po' le nostre, quelle di tutti i giorni, quelle della vita.

Il rapporto tra le sorelle Caterina e Teresa è reso molto bene e le due ragazze, bambine prima, donne poi, sono presentate con i loro caratteri diversissimi, con i loro pregi e difetti, talmente reali che ci sembra di conoscerle, di essere loro amiche. Per me, nata come loro negli anni Settanta (anche se non su un'isola, ma in una realtà di periferia molto simile) è stato un tuffarmi nel passato, un rivivere esperienze personali anche nelle piccolissime cose (gli zoccoli ai piedi, i giocattoli della mia infanzia, la macchina di papà con i finestrini aperti per far uscire il fumo delle sigarette...). Leggere questo libro è stato seguire la storia della famiglia, della madre combattiva,  del padre superficiale ma tanto affascinante, della nonna - la fantastica nonna, la roccia, il punto di riferimento, e osservare come le piccole storie di tutti noi si intrecciano alla Storia con la S maiuscola, agli eventi che cambiano il corso di una nazione. E sullo sfondo il Giglio, quest'isola quasi magica del Mediterraneo, piena di gente in estate e desolata in inverno, quando finalmente ritorna proprietà dei suoi legittimi proprietari: il mare, il vento, i gabbiani, e i pochi che resistono senza tornare "sul continente".

Attraversando quarant'anni di storia italiana, Teresa, la voce narrante, ci racconta di com'eravamo, di dove volevamo andare, di dove siamo invece arrivati, e di come siamo cambiati nel frattempo. E dell'isola minore che ognuno di noi ha dentro di sé, il posto dove tornare quando crediamo di aver smarrito la strada.

Buone letture,
Eva

mercoledì 22 novembre 2017

RECENSIONE - "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio" - A. Lakhous

Buongiorno!

Quante volte ormai negli ultimi tempi mi sarò scusata per essere sparita dai radar? Il lavoro è tiranno, in certi periodi dell'anno ancora di più, e purtroppo nelle ultime settimane ho diradato le mie apparizioni sugli spazi delle amiche che cerco comunque di seguire, e abbandonato quasi del tutto il mio blogghino. Oggi però voglio condividere con voi una piccola storia, ambientata nella mia città, a Roma, con un punto di vista (anzi, tanti punti di vista) molto particolare...

RECENSIONE
SCONTRO DI CIVILTA' PER UN ASCENSORE 
A PIAZZA VITTORIO
Amara Lakhous
2006, Edizioni E/O

TRAMA: Omicidio a piazza Vittorio: una commedia all'italiana scritta da un autore di origine algerina. Questo romanzo di Amara Lakhous è una sapiente e irresistibile miscela di satira di costume e romanzo giallo imperniata su una scoppiettante polifonia dialettale di gaddiana memoria (il "Pasticciaccio" sta sullo sfondo segreto della scena come un nume tutelare). La piccola folla multiculturale che anima le vicende di uno stabile a piazza Vittorio sorprende per la verità e la precisione dell'analisi antropologica, il brio e l'apparente leggerezza del racconto. A partire dall'omicidio di un losco personaggio soprannominato "il Gladiatore", si snoda un'indagine che ci consente di penetrare nell'universo del più multietnico dei quartieri di Roma: piazza Vittorio. Forse basta mettere in scena frammenti di vita quotidiana intrecciati attorno all'ascensore, puntualmente all'origine di tante dispute condominiali, per comprendere il nodo focale del paventato, discusso, negato o invocato scontro di civiltà che assilla il nostro presente e il nostro futuro e infiamma il dibattito politico, sociale e religioso-culturale dei nostri giorni.

Ho pensato tutto il giorno al razzista che rifiuta di sorridere e mi sono reso conto che Iqbal ha fatto un'importante scoperta. Il problema del razzista non è con gli altri ma con sé stesso. Direi di più: non sorride al prossimo perché non sa sorridere a sé stesso. E' proprio giusto quel proverbio arabo che dice: "Chi non ha non dà".

Ne avevo sentito tanto parlare, volevo leggerlo da tanto tempo, ancora di più da quando ho scoperto che una mia prozia ha vissuto tanto tempo fa in un palazzo che all'epoca si diceva "stregato" proprio nella piazza del titolo... e poi, in questi tempi confusi, in cui voci contrastanti si alzano da tutte le parti per protestare contro un fenomeno su scala mondiale come la mescolanza di culture, una lettura di questo tipo è adatta per conoscere un punto di vista particolare. Anzi, come dicevo più su, tanti punti di vista particolari, perché il romanzo - breve, per la verità - è costruito in maniera molto curiosa, con le voci di undici residenti dello stabile di Piazza Vittorio che si alternano a raccontare, in prima persona, la "loro" verità. L'aspirante regista olandese accanto alla portinaia napoletana, il negoziante bengalese prima del professore milanese trapiantato suo malgrado a Roma, la povera badante peruviana, il barista Sandro, romano de Roma, insomma tutti descrivono in poche pennellate la loro realtà di solitudine, di rabbia, di perplessità di fronte a certezze di una vita che vacillano sotto i colpi di una strana modernità, di paure e di piccoli grandi atti di coraggio.

Ogni narrazione prende lo spunto dal fatto: l'omicidio di un delinquentello di mezza tacca che viveva nello stabile, il cui corpo pugnalato è stato ritrovato nell'ascensore, quello stesso ascensore oggetto delle dispute condominiali. Un morto che nessuno rimpiangerà diventa lo spunto per far esplodere rancori nascosti e inaspettate generosità, e su tutti i personaggi, al di sopra delle loro miserie, giganteggia una figura quasi mitica, quell'Amedeo che di tutti è amico, da tutti è rispettato, risolve i problemi, aiuta, sorride, tende la mano: la parte bella di noi, che quasi fatichiamo a riconoscere quando ce la troviamo davanti.

Il libro è scritto molto bene, e come dicevo è un piccolo tassello interessante per pensare, in questi tempi in cui l'immigrazione, la mescolanza delle culture, lo scontro, anche, sono argomenti molto urgenti. E' molto veloce e leggero, si legge d'un fiato, ma allo stesso tempo non va via subito, lascia da pensare, soprattutto a chi non ha paura di indagare sé stesso e le sue inconscie paure: quanto siamo realmente tolleranti, noi? Ma poi, è giusto definirsi "tolleranti"? Non ha in sé, questa parola, già un fondo di spocchia e presunta superiorità? Qual è il modo giusto di rapportarsi con culture tanto diverse da noi? Dov'è il confine - se esiste - tra "noi" e "loro"? Chi sono, "loro"? E chi siamo, "noi"?

Buone letture,
Eva

venerdì 20 ottobre 2017

RECENSIONE - "Le otto montagne" - Paolo Cognetti

Hello!

Io credo, per dirla con le parole dell'alpinista Guido Rey, che "la montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete, come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte". Parliamo oggi anche qui sul mio blogghino, buoni ultimi, di un libro molto apprezzato e premiato negli scorsi mesi, che ogni appassionato di montagna e di natura non può assolutamente perdersi.

RECENSIONE
LE OTTO MONTAGNE
Paolo Cognetti
2016, Einaudi

TRAMA: Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo "chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso" ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E li, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, "la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui". Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: "Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino". Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.

Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa. Per questo guarda verso l'alto, in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l'acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c'è più niente per te, mentre il futuro è l'acqua che scende dall'alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro è a monte. Ecco come avrei dovuto rispondere a mio padre. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

Leggere questo libro è stato un percorso molto emozionante per me, per tanti motivi, e non riuscirò a separare le mie sensazioni dalla valutazione più o meno oggettiva che si dovrebbe dare di un libro, per consigliarlo e raccomandarlo. Del resto chi mi legge forse avrà imparato ad apprezzare queste chiacchierate a volte troppo prolisse che arrivano poi alla semplice conclusione: leggetelo, fidatevi, perché è un libro bellissimo.

Perché alla fine, oltre a tutto quello che si può dire e che è stato già detto di questo romanzo di Paolo Cognetti, la cosa principale che rimane è che davvero è un libro meraviglioso, da leggere quasi centellinandolo per non arrivare troppo presto alla fine. E' un libro scritto meravigliosamente, in un italiano armonioso, musicale, una prosa che a volte sembra poesia e che affascina e incanta. E' una storia che arriva da lontano, che parla di sentimenti antichi, primordiali, essenziali: l'amicizia, l'amore, la solitudine, l'irrequietezza. E' un ritratto in parole della bellezza delle montagne, di tutte quelle possibili sconosciute a coloro che pensano che "montagna" sia solo sinonimo di arrampicata, fatica, freddo: parla della montagna dei boschi pieni di animali e di vita, della montagna dei pratoni e degli alpeggi, di quella delle pietraie e di quella dei ghiacciai perenni. Parla della montagna nelle stagioni senza turisti, certi autunni colorati come solo nei quadri, certe primavere così piene di vita nuova da commuovere.

I personaggi sono umani, deboli e sublimi allo stesso tempo, con le loro incertezze e le loro sicurezze, e ognuno di loro si approccia in modo diverso alla montagna e per ognuno di loro montagna significa qualcosa di diverso: per Pietro, il protagonista e voce narrante, montagna significa prima l'unico modo di comunicare con un padre chiuso e ombroso, tanto amato, e poi significa fuga, irrequietezza, libertà. Per Bruno, il suo amico, la montagna è semplicemente tutto il suo mondo, l'unico perimetro delle sue emozioni, un vero omo servadzo, un "uomo antico che vive nei boschi, capelli lunghi, barba, tutto coperto di foglie..."

Il libro è diviso in tre parti, quasi a simboleggiare le tre parti della vita di un uomo prima della vecchiaia: l'infanzia spensierata, la giovinezza ribelle, l'"adultità" consapevole che ci spinge a ripercorrere i nostri passi e a trovare la strada per diventare chi siamo veramente. Nello sviluppo della storia, seguiamo Pietro e l'evoluzione del suo rapporto con la famiglia, con l'amico di una vita, con la montagna e con il profondo significato di una vita spesa a cercare qualcosa che non sempre sappiamo dov'è, né cosa è. Splendida la leggenda tibetana sulle otto montagne, che dà il titolo al libro e di cui non vi parlo, per lasciare a chi deciderà di leggerlo (spero davvero in tanti) la meraviglia di scoprirla al momento giusto.

Leggetelo, fidatevi, perché è un libro bellissimo.

Cheers,
Eva

lunedì 25 settembre 2017

RECENSIONE - La banda degli invisibili - Fabio Bartolomei

Hello!

Ancora la recensione di un libro e/o, in cui l'insolito protagonista è molto in là con gli anni... anziano... vecchio, insomma.

RECENSIONE
LA BANDA DEGLI INVISIBILI
Fabio Bartolomei
2012,  Edizioni e/o

TRAMA: A ottantasette anni si dovrebbe avere di meglio da fare che brigare per un amore irraggiungibile, impegnarsi in azioni di disturbo alle auto blu in corsia preferenziale e studiare un piano per rapire... Silvio Berlusconi. Ma Angelo è un ex partigiano che tendeva agguati ai convogli della Wehrmacht, che sopravvive con la pensione minima, che non riesce più a far valere i propri diritti nemmeno con un impiegato del comune e che lotta quotidianamente contro una società che fa di tutto per farlo sentire inutile. E così, proprio quando sarebbe lecito disinteressarsi del mondo e pensare solo a trascorrere serenamente gli ultimi anni di vita, Angelo decide di reagire e di ottenere dall'uomo più potente del Paese ciò che secondo lui gli spetta di diritto. Insieme ad alcuni amici del centro anziani metterà a punto un piano incruento e geniale, che però sembra non tenere conto di una questione fondamentale: come possono sperare dei vecchi malconci di riuscire a rapire uno degli uomini più scortati al mondo?



Noialtri, invece, siamo vecchi dell'altro tipo, siamo quelli ben attaccati alle cose di sempre, quelli che dicono: "Il pesce crudo? Vuoi mettere quanto è più buono un piatto di spaghetti con le vongole?". Passiamo metà della vita a cercare di cambiare il mondo e l'altra metà a cercare di mantenerlo com'era. Imprese che contemplino un margine di successo non c'interessano proprio.

In una società come la nostra, dove se non sei ricco, bello, giovane e di successo come minimo sei ignorato e come norma sei sbeffeggiato e regolarmente offeso, avere più di 80 anni, prendere la pensione sociale minima ed essere pieno di acciacchi di salute comporta inevitabilmente sentirsi ormai ai margini, inutile, senza prospettive, in attesa dell'inevitabile... oppure no?

Che meravigliosa scoperta questo autore italiano, a me non del tutto sconosciuto (recentemente ero stata colpita della lusinghiere recensioni del suo ultimo libro "La grazia del demolitore") ma finora - e non so assolutamente spiegare perché - ignorato in favore di altre letture. E invece, complice un buono regalo e il desiderio di leggere dopo un po' di tempo una storia ambientata nel nostro paese, ho deciso di optare per le avventure di una sgangherata banda di ultraottantenni, romani de Roma del quartiere della Montagnola. Ettore, Osvaldo, Filippo e la voce narrante Angelo mi sono entrati nel cuore subito: quattro ex-partigiani o quasi, che si arrabbattano in un quotidiano fatto di difficoltà pratiche e solitudini immeritate, che vivono o meglio vivacchiano nel loro quartiere, tra una partita di scopa al bar di Fernanda e una passeggiata in un parchetto pieno di erbacce e cacche di cane.

Assistiamo a scene di ordinaria vita quotidiana, a siparietti deliziosi con i compagni del centro anziani, descritti da Bartolomei con uno stile meraviglioso, con levità e ironia. Più volte ho sorriso e addirittura riso di cuore, quando i terribili vecchietti si organizzano nel loro piano diabolico di "rallentamento auto blu" (rapido primo passo sulle strisce pedonali all'arrivo dell'auto di rappresentanza, saltino all'indietro a seguito di brusca frenata del prepotente, busta delle arance abilmente lasciata andare con effetto drammatico, simulazione di infarto, improperi lanciati a tutto spiano dagli astanti in attesa alla fermata dell'autobus, fuga ignominiosa del prepotente spernacchiato e "sfanculato" con soddisfazione e senza pietà) o quando coordinano un piano di resistenza agli antennisti infingardi che spillano soldi agli anziani del quartiere per risintonizzare i loro decoder... Bartolomei ha un dono, una scrittura piena e lieve allo stesso tempo, un modo di raccontare che ti avvolge e ti trascina con sé, ti trasporta al centro anziani a ballare l'Hully Gully, o a guardare nello scavo di un quartiere con le braccia incrociate dietro la schiena, o in un triste e malconcio ufficio pubblico a cercare di far valere i propri diritti e a pretendere almeno un po' di umanità, in luoghi che d'ora in poi mai più potrò frequentare senza cercare con gli occhi un anziano signore vestito di tutto punto in attesa paziente del suo turno (c'è sempre, fidatevi. C'è, anche se noi non lo vediamo).

Il progetto di rapire Silvio Berlusconi per estorcergli le scuse per quello che di male ha fatto e sta facendo per il paese, progetto di cui si parla in sinossi, diventa una sottotraccia surreale e concreta al tempo stesso, un disegno a cui i quattro terribili vecchietti lavorano per mesi, alimentandolo con le piccole frustrazioni quotidiane di una vita fatta di attese disattese, di mancanza di rispetto, di dolorosa presa di coscienza che il mondo, quello stesso mondo che loro hanno cercato di rendere un po' migliore, ora non ha più posto per loro.

Ma per fortuna Bartolomei riesce a regalarci una piccola speranza concreta, con un finale delicato e commovente, seguendo i protagonisti, i comprimari e le semplici comparse nella loro realtà quotidiana, che a volte basta così poco per colorare di nuovo.

Grazie a Fabio Bartolomei per questa galleria di persone splendide e per questo squarcio di vita di quartiere romano (così vicino a casa mia). Ora, non vedo l'ora di tuffarmi nelle altre storie create da questo bravissimo scrittore.

Cheers,
Eva

venerdì 22 settembre 2017

RECENSIONE - Le coincidenze dell'estate - Massimo Canuti

Hello!

Buongiorno in questo primo giorno di autunno! Per celebrare e salutare questa lunga calda estate che oggi, astronomicamente, se ne va, vi parlerò di un piccolo gioiello misconosciuto che ho scoperto per puro caso, pubblicato quasi in sordina da una delle mie case editrici "feticcio", il cui progetto editoriale si conferma, ancora una volta, di altissima qualità.

RECENSIONE
LE COINCIDENZE DELL'ESTATE
Massimo Canuti
2016, Edizioni e/o

TRAMA: Milano, estate. Vincenzo è un adolescente particolare: ha pochi amici, è amante della musica metal e degli skate, e non sa ancora bene se è attratto dai ragazzi o dalle ragazze. Italo è un uomo di circa cinquant'anni che un giorno si sveglia su un marciapiede e non ricorda nulla del suo passato. Comincia a vivere come un barbone cercando di ricostruire la sua identità finché non finisce per caso nell'androne del palazzo di Vincenzo. Il ragazzo ha un lampo, sembra riconoscerlo, ma fa finta di non averlo mai visto prima. Dove ha incontrato quell'uomo? E come ha fatto Italo a perdere la memoria? Ma ecco che in loro soccorso arriva Evelina, anziana inquilina del palazzo ed ex parrucchiera dei divi di Cinecittà. Sarà proprio lei, con la sua eccentrica vitalità e tenera presenza, a riannodare i fili di un passato fatto di bugie e risentimenti. "Le coincidenze dell'estate" è un romanzo sull'amicizia inaspettata che può nascere fra tre persone di generazioni diverse, ma non solo. Parla della difficoltà di crescere in una famiglia a pezzi, della scoperta dell'omosessualità, del coraggio di uscire allo scoperto; è un romanzo sulla crudeltà del mondo del lavoro e su quanto sia traumatico ripartire da zero dopo aver perso tutto. Ma è soprattutto un romanzo sulla scoperta della propria identità. Tra sorelle circensi, suonatori di polka e ragazzine provocanti, Massimo Canuti scrive un libro che a tratti assume la forma del giallo. Il tutto nell'insolita cornice di una Milano afosa, lenta e deserta, lontana dallo stereotipo della città fredda, svelta e indifferente che non lascia spazio a nessun contatto umano.

Il ragazzo sale con un piede sullo skate e con l'altro si dà una spinta, avviandosi lungo la strada leggermente in discesa; i capelli a fargli da scia e gli auricolari ben piantati negli orecchi. Poco più in là, un uomo sta orinando davanti a un palo della luce. Ha cinquantasei anni, anche se in quelle condizioni ne dimostra decisamente di più.
Il ragazzo non si accorge dell'uomo.
L'uomo non si accorge del ragazzo.
Ma non è detto che le cose siano destinate a rimanere così.

E' stato un vero piacere leggere questo romanzo, tanto che una volta iniziato non sono riuscita a smettere finché i miei occhi non si sono posati sull'ultima parola, e io l'ho richiuso soddisfatta e felice di aver scoperto questo gioiello, "misconosciuto", come dicevo all'inizio. Sì perchè in effetti si è parlato pochissimo di questo romanzo di Massimo Canuti, un quasi esordiente nel quale la giovane casa editrice e/o ha creduto, con ragione.

La storia è semplice e la narrazione scorre lineare: una galleria di personaggi si muovono in una Milano insolita. Non la fredda, frenetica metropoli del fare, del correre, del vendere e comprare, ma una città addormentata, immobile, bloccata in un'estate afosa e solitaria, nella quale tre esistenze lontanissime l'una dall'altra si incrociano imprevedibilmente.

Vincenzo, un adolescente inquieto, solo, incompreso dalla sua famiglia (odiosa sua madre, insopportabile suo padre), incerto su di sé e sui suoi desideri; Italo, un cinquantenne perso, una vita interrotta e sospesa senza nemmeno sapere perché, alle prese con ricordi che non vogliono tornare e nuove difficoltà da affrontare; Evelina, un'anziana arzilla ed eccentrica, allegra all'apparenza, che nasconde dentro di sé un grande dolore. Attorno ai tre protagonisti, che spinti dalle circostanze iniziano una strampalata quasi-convivenza in un vecchio palazzo che sembra quasi abbandonato, in un quartiere svuotato per le vacanze, in una città in cui improvvisamente si sentono rumori dimenticati non più sovrastati dal rombo delle macchine, si aggirano personaggi eccentrici e imprevedibili: un gruppo di suonatori di polka, ragazzini della Milano bene alle prese con gli ultimi scampoli del loro periodo cittadino prima di partire per i luoghi di ricca villeggiatura di famiglia, una sorella ritrovata e una nipotina molto speciale, e poi un barbone molto ironico e un po' filosofo, e insieme a lui un'avventura nella esotica Lodi, a bordo di una mitica Mini Cooper Montecarlo degli anni Settanta.

L'amicizia nasce nei luoghi più improbabili, tra le persone più diverse, e si manifesta nei modi più strani: regalando una bottiglia di succo di cavolo rosso per far passare una sbornia, oppure invitando una vecchia signora a vedere un vecchio film neorealista: questo ci racconta Massimo Canuti in questa sua bellissima storia. Un romanzo che è incentrato sulla ricerca di sé stessi, dei propri sogni, delle proprie aspirazioni, insomma di quello che ci rende felici, fosse anche soltanto disegnare uno skate, o costruire giocattoli di legno, o lanciare palline in aria per far divertire gli ammalati. O abbracciare finalmente qualcuno, che è sempre un buon punto di partenza.

Cheers,
Eva

martedì 12 settembre 2017

RECENSIONE - Certi bambini - Diego De Silva

Hello!

Oggi vi parlo di una storia intensa e dolorosa, di cui Roberto Saviano ha scritto "Beato chi non ha ancora letto questa storia, perché ora può farlo".

RECENSIONE
CERTI BAMBINI
Diego De Silva
2001, Einaudi

TRAMA: Rosario, undici anni, un completino da calciatore nella borsa degli allenamenti, va a compiere la sua prima esecuzione di camorra al termine di un lungo tirocinio d'istruzione a uccidere. Tornando nel suo quartiere in metropolitana, ripercorre a ritroso le tappe più significative del cammino che lo ha portato fino a quel punto. E la storia di Rosario diventa il racconto di un mondo spaventoso che è il nostro mondo. De Silva racconta uno dei peggiori delitti che la criminalità contemporanea abbia scelto di commettere, il furto dell'infanzia.








Rosario di espressioni non ne ha quasi. Per la sua faccia è sempre tutto normale. Cose come la meraviglia o lo smarrimento o l'allegria o la pena o la ripugnanza non hanno presa su di lui. Rosario guarda succedere le cose fino alla fine. Si prende quello che può finché qualcuno non glielo toglie.

Ho dovuto far passare un po' di giorni prima di sedermi al computer per scrivere le mie impressioni su questo libro. Lasciar decantare un po' le emozioni, sedimentare le immagini che la lettura mi ha riportato alla memoria. Credo che leggere questo libro per chi, come me, ha vissuto tanto tempo a Napoli e, non essendoci nata, riesce a guardare con distacco ai suoi enormi problemi, abbia un effetto ancora più dirompente. Chi è nato e ha sempre vissuto in un ambiente tranquillo, pulito, nemmeno lontanamente sfiorato dall'abisso in cui invece vivono immersi i protagonisti del romanzo, chi questo abisso l'ha solo visto da lontano, una notizia come le altre in televisione, un racconto di chi questo abisso l'ha solo sfiorato e pure ne è scappato via il più lontano possibile, credo che non possa capire l'orrore che ho provato io nel leggere certe cose e sapere che è tutto vero.

Sono vere certe periferie orrende e spaventose in cui le persone normali non capitano mai se non per sbaglio, e quando accade di doverle attraversare si fa in fretta a scappare via veloci perché la desolazione, lo squallore e la rovina sono assoluti.

Sono veri certi personaggi ambigui e penosi, macchiette di quartiere degradati di questa che Curzio Malaparte definisce una "metropoli di carne", una città in cui la gente vive fuori, per strada, e fuori ama, odia, lotta, sputa, colpisce, spara.

Sono veri gli sguardi di certi bambini, come quelli della magnifica copertina del romanzo, profondi e dolorosamente perduti. Già grandi, perché in certi posti a Napoli non sei bambino mai, perché a seconda di dove nasci già si sa cosa diventerai, e molto presto, anche.

Nel libro, seguiamo Rosario, bambino non più tale di undici anni, che a undici anni ha già compiuto il percorso che porta tanti "scugnizzi" a diventare carne da macello, sfruttati e allo stesso tempo consapevoli soldati della camorra, come in "La paranza dei bambini" recentemente pubblicato da Roberto Saviano (io che non avevo avuto il coraggio di leggerlo, quel libro, sono poi incappata quasi per sbaglio in questo breve romanzo misconosciuto di De Silva, che ancora mi riporta il fiele in bocca e le lacrime agli occhi dopo averlo letto...).

La scrittura di De Silva è lucida, fredda, quasi analitica nel descrivere semplicemente i pensieri di Rosario dopo il suo primo omicidio, i suoi ricordi vaghi mentre torna in metropolitana nel suo quartiere, la pistola nascosta nella maglietta da calciatore, in una borsa sotto il sedile. Ripercorriamo insieme a lui tutti i passi che l'hanno portato là dove era inevitabile che arrivasse, tutti i dolori, gli abbandoni, le delusioni, le amicizie malate con altri bambini perduti come lui. Madri che vendono le figlie ragazzine, genitori che non ci sono e che se ci sono fanno solo male, uomini bestie che sfruttano i piccoli per i furti, che li violentano, che li trattengono a forza nel degrado umano e morale di chi non ha mai visto niente di veramente bello e quando gli capita davanti ci sputa sopra.

Povero Rosario perduto, poveri certi bambini che da quando sono nati non hanno mai avuto neanche uno straccio di possibilità ed è inutile far finta del contrario. Ci sono personaggi positivi a cui rivolgersi? Può esserci solo un prete a gridare a fronte del silenzio complice dello Stato, che in certi posti si presenta solo con la faccia di poliziotti crudeli e non molto diversi dalle bestie con cui certi bambini sono costretti ad avere a che fare? De Silva riesce, con questo suo romanzo, a farci interrogare, a far nascere un seme di dubbio: se mio figlio non è come certi bambini, è un merito? O non è piuttosto frutto del caso, che ci fa nascere in un quartiere piuttosto che un altro, in una strada piuttosto che un'altra?

Quando ho finito questo libro, a notte fonda, perché non riuscivo a staccarmi dalle pagine nette e taglienti di De Silva, mi sono alzata e sono andata a fare una carezza a mio figlio che dormiva. Avevo le lacrime agli occhi. Certi bambini, dell'età di mio figlio, che come mio figlio dovrebbero solo pensare a giocare, a sbuffare facendo i compiti di matematica e a sporcarsi la faccia di gelato al cioccolato, non hanno neanche una possibilità di salvarsi. Certi bambini non sono più bambini da tanto tempo. Certi bambini non hanno nessuno che li ama.

Eva

lunedì 11 settembre 2017

RECENSIONE - La rete di protezione - Andrea Camilleri

Hello!

Buongiorno e buona settimana! Oggi ritorniamo nella splendida Sicilia per parlare dell'ultimo romanzo di un autore (per fortuna) prolifico e sempre capace di "affatare".

RECENSIONE
LA RETE DI PROTEZIONE
Andrea Camilleri
2017, Sellerio

TRAMA: Vigàta è in subbuglio: si sta girando una fiction ambientata nel 1950. Per rendere lo scenario quanto più verosimile la produzione italo-svedese ha sollecitato gli abitanti a cercare vecchie foto e filmini. Scartabellando in soffitta l’ingegnere Ernesto Sabatello trova alcune pellicole, sono state girate dal padre anno dopo anno sempre nello stesso giorno, il 27 marzo, dal 1958 al 1963. In tutte si vede sempre e soltanto un muro, sembra l’esterno di una casa di campagna; per il resto niente persone, niente di niente. Perplesso l’ingegnere consegna il tutto a Montalbano che incuriosito comincia una indagine solo per il piacere di venire a capo di quella scena immobile e apparentemente priva di senso. Fra sopralluoghi e ricerche poco a poco in quel muro si apre una crepa: un fatto di sangue di tanti anni fa, una di quelle storie tenute nell’ombra.




Pirchì 'na storia accussì annava a toccari un tasto priciso della sò natura, attratta certo dalle facenne giudiziarie, ma puro, e forsi soprattutto, da quella matassa 'ntricata che è l'anima dell'omo in quanto omo.

Non posso che essere grata, profondamente grata del fatto che Andrea Camilleri, nonostante l'età e gli acciacchi, abbia ancora tante storie dentro di sé da tirare fuori, da raccontare, da condividere con noi appassionati. Il "maestro", da alcuni anni, deve purtroppo fare i conti con un grave problema agli occhi che lo costringe a dettare le sue opere alla sua assistente, piuttosto che metterle materialmente nero su bianco, ma a me in fin dei conti piace perfino di più immaginarlo mentre, con in mano l'ennesima sigaretta, costruisce nella sua testa l'intreccio e immagina l'evolversi della storia e delle vicende dei suoi personaggi, per raccontarla poi con la sua voce roca.

Anche questo suo ultimo lavoro racconta di un'indagine del commissario italiano più famoso, quel Salvo Montalbano che per tutti ha ormai le fattezze televisive di Luca Zingaretti, che si muove nel mondo ormai conosciutissimo e familiare di Vigàta, della sua villa a Marinella, dell'intrico di contrade e trazzere in cui si reca quando Catarella o Fazio lo svegliano per comunicargli che c'è stata un'ammazzatina.

In questa nuova indagine però non c'è la mafia, non ci sono fatti di sangue né intrighi politici, bensì due storie abbastanza ordinarie e "quotidiane", che Montalbano segue in parallelo, approcciandosi con la consueta e caratteristica umanità: un "cold case", quasi un'indagine intellettuale, stimolata dal ritrovamento di una serie di misteriose riprese datate più di cinquant'anni - che è quello di cui parla la sinossi, e poi un caso molto attuale, in cui il commissario deve avere a che fare con cose che gli sono lontane - la tecnologia, il linguaggio impossibile degli adolescenti di oggi, il bullismo.

E' un Montalbano umanissimo quello che ritroviamo, e con quanto piacere!, tra queste pagine, un omaggio a una narrazione collettiva che travalica i confini di una sicilianità marcata e pure ve ne è immersa, con questo uso del dialetto sempre più abbondante, una lingua musicale, caratteristica e che lascia "affatati". Un Montalbano che ha la mente sempre lucida per il ragionamento e il cuore un po' ammaccato quando ripensa alla sua vita, alla sua solitudine di bambino orfano di mamma troppo presto, a quell'occasione di paternità mancata con Francois, dolcissimo bambino ne "Il ladro di merendine" e dolorosamente perduto in "Una lama di luce", qui presente con un solo brevissimo accenno che però, in chi segue il commissario dalle prime indagini come me, ha generato una profonda commozione.

Ho trovato questo romanzo godibilissimo, appassionante, una bella prova d'autore per uno scrittore alle prese con un personaggio ormai storico, che tutti amiamo, giunto ormai alla venticinquesima indagine (senza contare gli innumerevoli racconti), che ha avuto inevitabilmente qualche flessione narrativa ma che ogni volta sa rinnovarsi e farsi accogliere con piacere. Proprio come un vecchio amico.

Cheers,
Eva

lunedì 31 luglio 2017

RECENSIONE - Intrigo italiano - C. Lucarelli

Hello!

Oggi vi parlo di un romanzo di un autore italiano, molto conosciuto anche per i suoi programmi televisivi color "blu notte"...

RECENSIONE
INTRIGO ITALIANO
Carlo Lucarelli
2017, Einaudi

TRAMA: Quando il commissario De Luca, appena richiamato in servizio dopo cinque anni di quarantena, si sveglia da un incidente quasi mortale, non gli occorre troppo tempo per mettere in fila le tante cose che non tornano. Da lunedì 21 dicembre 1953 a giovedì 7 gennaio 1954, con in mezzo Natale ed Epifania, mentre la città intirizzita dal gelo scopre le luci e le musiche del primo dolcissimo consumismo italiano, tra errori, depistaggi, colpi di scena il mosaico dell'indagine, scandita come un metronomo, si compone. E ciò che alla fine ha di fronte non piace affatto a De Luca. Per il ritorno del suo primo personaggio, amatissimo dai lettori, Lucarelli ha saputo evocare una Bologna che non avevamo mai visto così. E ha saputo tessere il più imprevedibile, misterioso romanzo, dove la verità profonda di un'epoca che non è mai interamente finita emerge nei sentimenti e nella lingua dei personaggi.





Era una cosa che aveva sempre stupito De Luca fin dai tempi in cui dirigeva la Buoncostume di Bologna, che a vederla da fuori, dalle strade, sembrava una città di pietre, sassi e mattoni, la terra di profido a cubetti e anche il cielo di intonaco sotto le volte dei portici. Poi si aprivano le ante di un portone e apparivano fiori, cespugli e alberi secolari, giardini grandi come piazze, foreste quasi, che attraversavano interi blocchi di case fino alla strada parallela. Aveva sempre pensato che se avesse sorvolato la città con un piccolo aereo, a bassa quota, l'avrebbe visto tutto quel cuore verde tra i tetti rossi di Bologna.

Bologna la dotta, con la sua antichissima Università che risale al 1088; Bologna la grassa, per la sua cucina ricca e sontuosa; Bologna la rossa, con i suoi mattoni medievali che donano la caratteristica colorazione alle sue strade, ai suoi muri, ai suoi portici. E' proprio Bologna la protagonista di questa storia, il romanzo in cui Carlo Lucarelli celebra il ritorno del suo personaggio più famoso. Quel commissario Achille De Luca, le cui inchieste, ambientate tra l'ultimo mese di Salò e le elezioni del 1948, hanno dato origine a una particolare mescolanza di giallo e storico, tratteggiando un periodo cupo e oscuro della storia del nostro paese.

Qui, in questo "Intrigo italiano", ritroviamo il commissario negli ultimi giorni del 1953, in una gelida Bologna coperta di neve, in cui i complessini jazz cominciano a diffondersi e a guadagnare terreno rispetto alle orchestre da balera e un timido benessere di vestiti fatti a mano e calze di nylon sembra alla portata di tutti. Sullo sfondo di una città che si prepara per festeggiare l'inizio del nuovo anno, oscuri personaggi riemersi da un passato torbido e mai dimenticato si muovono nell'ombra, per insabbiare i veri responsabili di un delitto che sconvolge la Bologna bene, e su cui il commissario è chiamato ad indagare.

La trama è ben sviluppata, anche se la storia gialla non è in effetti "fortissima": non ci sono clamorosi colpi di scena e colpevoli misteriosi, ma ho il sospetto che non fosse propriamente questo l'intento dell'autore. Lucarelli in effetti tratteggia un pezzo di Storia italiana, quella con la S maiuscola, che molti preferiscono dimenticare, attraverso la metafora di una piccola storia di provincia, con personaggi ambigui e mai del tutto buoni o cattivi. Lo stesso De Luca, in fondo, ha molte cose nel suo passato da nascondere e dimenticare.

Muovendosi per le strade di una città ritratta così vividamente da saltar fuori dalle pagine, e dare l'impressione al lettore di camminare accanto a lui per vicoli stretti e portici sotto cui ripararsi dalla neve, De Luca insegue l'esile filo delle sue sensazioni e, tenace, prova a dare alla giustizia un volto più umano.

Cheers,
Eva

giovedì 20 luglio 2017

RECENSIONE - La giostra dei criceti - A. Manzini

Hello!

Oggi parliamo di un romanzo di Antonio Manzini: prima di Rocco (Schiavone, of course).

RECENSIONE
LA GIOSTRA DEI CRICETI
Antonio Manzini
2017, Sellerio
(prima pubblicazione 2007)

TRAMA: Quattro malavitosi della più squallida periferia romana fanno una rapina che finisce nei disegni complessi della criminalità che conta. Parallelamente un'organizzazione di altissimi funzionari dello Stato ordisce un folle piano "Anno Zero" per eliminare il problema delle pensioni. Sono i due ingranaggi, irrazionali quanto brutali nella loro efficienza, che muovono la giostra dei poveri idioti di vari livelli - dal piccolo criminale al boss camorrista, dall'inquietante generale all'alto burocrate, dall'impiegato dell'INPS che si sente un giustiziere alla fantastica ragazza innamorata - tutti in lotta contro il loro destino insensato.






I giorni della sua vita gli sembravano tutti uguali, come soldati schierati in parata. Indistinguibili. Si sforzava, cercava un giorno, un minuto da ricordare, che rendesse quella sua vita un po' più degna. Niente, non gliene veniva in mente uno. Era vissuto come un granello di sabbia. Niente da ricordare. Niente da dire in sua memoria. Nel momento in cui avesse chiuso gli occhi, nessuno se lo sarebbe più ricordato. Sentiva freddo. Parecchio. Cominciò a tremare. Non era giusto, ma la giustizia non esiste in natura. A lui era toccata quella vita, e gli era toccata finirla così.

Premetto che sono una fan sfegatata del "mitico" vicequestore Rocco Schiavone, delle sue indagini all'ombra delle vette della Valle d'Aosta, delle sue classifiche di rotture di coglioni, e della sua umanissima comprensione per le miserie umane. Da romana in vacanza proprio in Val d'Aosta, l'estate scorsa ho letteralmente divorato, uno dopo l'altro, i suoi cinque romanzi incentrati sul romanissimo Rocco, non tralasciando i suoi racconti, pubblicati nelle varie raccolte Sellerio, incluso le "cinque indagini romane" che secondo me sono quasi superiori alle vicende "nordiche" del vicequestore. E' infatti nelle atmosfere della periferia romana che Antonio Manzini dà a mio parere il meglio di sè, tratteggiando personaggi miserabili e umanissimi, indimenticabili.

La cosa si è ripetuta in questo romanzo, uscito quest'anno ma che in realtà era già stato pubblicato nel 2007, prima che l'autore si dedicasse al personaggio che lo ha reso famoso (su vasta scala, visto il successo della fiction che è stata tratta dai romanzi). Gran merito alla CE per aver ripubblicato questo romanzo nella sua forma originale, così che si potesse apprezzare lo stile iniziale di Manzini.

A me questo romanzo è piaciuto molto: oserei dire quasi, se non avessi paura di sfiorare la lesa maestà, che mi ha coinvolto più delle vicende del vicequestore (soprattutto quelle nordiche). Il fatto è che le atmosfere romane, i personaggi delle periferie povere e borgatare, le vicende di persone piccole e miserabili sullo sfondo di storie più grandi di loro, mi affascinano e colpiscono più delle beghe da borghesia abbiente con cui Schiavone ha a che fare nel suo esilio valdostano. Manzini è stato abile, già in questa sua prima prova narrativa, a tratteggiare lo squallore umano e personale dei "criceti" che si aggirano impazziti nella giostra della vita, o meglio nella loro gabbia. Le due vicende principali del romanzo corrono apparentemente parallele, finendo poi per intrecciarsi in un incrocio di personaggi e microrealtà tristi e squallide come ce ne sono in tante periferie, ma soprattutto in quelle della grande città, mostro che fagocita vite e risputa via impietoso resti di amori, amicizie, fratellanze tradite.

E' una storia cupa, a tinte fosche, a volte quasi splatter, priva di quel velo di ironia che permea, in fondo, le vicende di Rocco. A me è piaciuta molto, ma rendersi conto che non è tutto finto, che anzi a volte la realtà, certa realtà, supera la fantasia è davvero un duro pugno nello stomaco.

Cheers,
Eva

giovedì 30 marzo 2017

RECENSIONE - Questa non è una canzone d'amore - A. Robecchi

Hello!

Oggi vi parlerò di una scoperta fatta in totale autonomia, nel senso che non avevo letto niente da nessuna parte su quest'autore, sui suoi libri e personaggi... e come vedrete, sono molto felice di averlo scoperto!

RECENSIONE
QUESTA NON E' UNA CANZONE D'AMORE
Alessandro Robecchi
Sellerio Editore

TRAMA: Un fortunato autore televisivo ha abbandonato la trasmissione cui deve la fama e una discreta agiatezza. Si chiama Crazy Love e racconta la vita sentimentale della "né buona né brava gente della Nazione". Sotterfugi, tradimenti, odio, passioni e rancori, al motto di "Anche questo fa fare l'amore". Un enorme successo, ma lui non ne può più. Felice e orgoglioso della sua scelta, una sera gli si presenta in casa un tizio che cerca di ucciderlo. Si salva la vita, ma da qui in poi cominciano i guai. Una coppia di killer colti e professionali, due zingari in cerca di vendetta, una giovane segugia col cuore in frantumi, collezionisti e contrabbandieri di souvenir nazifascisti, qualche morto di troppo. Sullo sfondo accanto a una Milano multietnica e luccicante, la vita brulicante del campo rom, la sua cultura, la sua eticità. Questo di Robecchi è un giallo e una commedia, tra Scerbanenco e le canzoni di Enzo Jannacci. Raccontata da una voce caustica e cattiva, che tutto commenta e descrive con acuminata ironia, e che tiene in equilibrio il sarcasmo ribelle e sfacciato del suo investigatore chandleriano (appassionato di Bob Dylan) e il cinismo a suo modo morale del punto di vista criminale e della vendetta.

Voi continuate a pensare che Milano sia una città grigia. Liberissimi.
Ma ci sono delle albe, e nemmeno troppo raramente, in cui un azzurro cilestrino che toglie il fiato si litiga l'orizzonte con un rosa che non vuole andarsene, ed è una danza che vale la pena vedere.

Ma che bella scoperta questa voce milanese scanzonata, ironica fino al sarcasmo, divertente e cinica, che ci racconta una storia coi fiocchi: una trama articolata, ben costruita, ben raccontata, intervallata da citazioni delle canzoni di Bob Dylan, che ci accompagnano come una colonna sonora tra i viali e i vicoli di una città dipinta troppo spesso solo come frenetica e grigia.
Sin dalle prime battute, seguiamo Carlo Monterossi nelle peripezie in cui è coinvolto suo malgrado, una specie di viaggio alla Tutto in una notte, in cui, accompagnato dai suoi fidati amici Nadia e Oscar, si troverà ad affrontare un'indagine per cercare di capire chi lo vuole morto e perché.
I personaggi che il protagonista incontra emergono da un sottobosco insospettabile di malaffare ed espedienti, che gli aprono uno squarcio inedito su una vita altra rispetto a quella patinata e luccicante che suo malgrado ha vissuto fino a quel momento: due killer su commissione, una coppia di zingari saggi e dalla sapienza antica, un'esperta hacker informatica arrabbiata col mondo, un vecchio malato e terribile, una giovane e bellissima ragazza ormai disillusa, o forse ancora no...

Ho davvero apprezzato questo romanzo, si legge molto velocemente e la storia è intrigante, sorretta da una buona scrittura, a tratti molto divertente: mi sono trovata spesso a sorridere e a volte anche a ridacchiare da sola, soprattutto durante i siparietti di Carlo con la simpaticissima domestica Katrina, che gli pulisce casa e prega perché lui finalmente trovi una bella ragazza e si sistemi.

Mi è piaciuta molto anche la satira sui programmi spazzatura (la grande "Fabbrica di Merda") che appassionano milioni di telespettatori, ansiosi di sbirciare dal buco della serratura vicende sempre più scabrose e scandalose, per poter forse sentirsi migliori nella propria mediocrità. In particolare, la conduttrice del programma "Crazy Love" è ricalcata sulla conduttrice più famosa della nostra TV, con i suoi sorrisi sparati sotto la luce dei riflettori che le levigano la pelle mentre parla dei particolari più sordidi e dolorosi con lo stesso tono con cui lancia il successivo blocco pubblicitario.

Su tutto, mi è piaciuto molto come Robecchi parla di Milano, della sua città, descrivendola con amore e disincanto, senza abbellirla né impreziosirla, che guardando certi scorci della Milano da bere, della città del fare, della gran Milan, non ve n'è affatto bisogno.

I Giardini "Indro Montanelli" di Porta Venezia

Sono stata molto felice di scoprire che Robecchi ha scritto altri quattro capitoli con protagonista Carlo Monterossi: altre quattro storie da scoprire, in compagnia di personaggi ben caratterizzati cui mi sono già affezionata.

Cheers,
Eva




sabato 18 marzo 2017

RECENSIONE - Ciò che inferno non è - Alessandro D'Avenia

Hello!

Oggi vi parlo un po' di un libro abbastanza recente, molto conosciuto e molto amato, che è piaciuto tantissimo anche a me.

RECENSIONE
CIO' CHE INFERNO NON E'
Alessandro D'Avenia

TRAMA: Don Pino sorride. Un sorriso strano, quieto, come emerso dal profondo del mare quando la superficie è in tempesta. Mi ricordo ancora la prima lezione con lui. Si era presentato con una scatola di cartone. L'aveva messa al centro dell'aula e aveva chiesto cosa ci fosse dentro. Nessuno aveva azzeccato la risposta. Poi era saltato sulla scatola e l'aveva sfondata. «Non c'è niente. Ci sono io. Che sono un rompiscatole.» Ed era vero. Uno che rompe le scatole in cui ti nascondi, le scatole in cui ti ingabbiano, le scatole dei luoghi comuni, le scatole delle parole vuote, le scatole che separano un uomo da un altro uomo. Federico ha diciassette anni e il cuore pieno di domande alle quali la vita non ha ancora risposto. La scuola è finita, l'estate gli si apre davanti come la sua città abbagliante e misteriosa, Palermo. Mentre si prepara a partire per una vacanza-studio a Oxford, Federico incontra "3P", il prof di religione: lo chiamano così perché il suo nome è Padre Pino Puglisi, e lui non se la prende, sorride. 3P lancia al ragazzo l'invito a dargli una mano con i bambini del suo quartiere, prima della partenza. Quando Federico attraversa il passaggio a livello che separa Brancaccio dal resto della città, ancora non sa che in quel preciso istante comincia la sua nuova vita, quella vera. La sera torna a casa senza bici, con il labbro spaccato e la sensazione di avere scoperto una realtà totalmente estranea eppure che lo riguarda da vicino. È l'intrico dei vicoli controllati da uomini che portano soprannomi come il Cacciatore, 'u Turco, Madre Natura, per i quali il solo comandamento da rispettare è quello dettato da Cosa Nostra. Ma sono anche le strade abitate da Francesco, Maria, Dario, Serena, Totò e tanti altri che non rinunciano a sperare in una vita diversa, che li porti lontano quanto il pallone quando lo si calcia fortissimo nel campetto di terra battuta. Le strade dove si muove Lucia, che ha il coraggio di guardare il mondo con occhi luminosi e di non voler fuggire, perché il solo lievito per un cambiamento possibile è nascosto tra le mani di chi apre orizzonti dove il destino prevederebbe violenza e desolazione. Con l'emozione del testimone e la potenza dello scrittore, Alessandro D'Avenia narra una lunga estate in cui tutto sembra immobile eppure tutto si sta trasformando, e ridà vita a un uomo straordinario, che in queste pagine dialoga insieme a noi con la sua voce pacata e mai arresa, con quel sorriso che non si spense nemmeno di fronte al suo assassino, con il coraggio di chi nell'atto stesso di morire insegna come vivere a noi che restiamo. Un uomo semplice ma capace di generare la sola epica possibile oggi: quella quotidiana, conquistata passo dopo passo sul confine tra luce e lutto, parola e silenzio. Unendo il respiro antico di una narrazione corale e l'intensità di un'invocazione, questo romanzo ci parla di noi, della possibilità - se torniamo a guardare la vita con gli occhi dei bambini che tutti siamo stati - di riconoscere anche in mezzo alla polvere ciò che inferno non è.

Togli l'amore e avrai l'inferno, mi dicevi, don Pino.
Metti l'amore e avrai ciò che inferno non è.
 
Ho amato molto questo libro, anche se indubbiamente ha alcuni "difetti" (metto la parola tra virgolette, perché fossero sempre questi i difetti che troviamo nei libri che leggiamo, sarebbero sempre solo bellissime letture...), dettati soprattutto da una certa confidenza che l'autore si prende con i potenziali lettori: si vede un po' troppo che D'Avenia è un insegnante di scuola superiore, e che è ai suoi alunni che si rivolge con fare a volte troppo ammiccante e pedagogico. Ma la storia è bella, solida, c'è, e in fondo è anche giusto commuoversi per questa storia di formazione e di consapevolezza.

Il personaggio di don Pino è forte ed evocativo e Federico, il giovane protagonista, diventa lo strumento per narrare un percorso di consapevolezza dettato con semplicità e amore da questo prete di periferia, che semplicemente ama la vita, i suoi ragazzi, la loro innocenza e la gioia del dare e darsi, per rendere il nostro pezzetto di mondo un po' meglio di quanto potrebbe essere.

Federico, nello spazio di un'estate diversa da tutte le altre, cresce e impara a guardarsi dentro, a cercare la propria forza e la propria unicità, si innamora, si scontra con la vita reale al di fuori del bozzolo dorato in cui i suoi genitori lo hanno fino a quel momento fatto vivere (per troppo amore, forse), e trova la sua strada o meglio, trova l'inizio, i primi passi giusti del proprio cammino di vita.

Su tutto, domina lo sguardo dello scrittore per la sua Palermo, meravigliosa e crudele, ricca e poverissima, splendente e in rovina: alcune pagine sono un invito fortissimo a visitare questa città e a scoprirne la sua anima spesso ignorata dai più.


Sul personaggio di don Pino... non c'è molto altro da dire rispetto a tutto quello che è già emerso dalla cronaca: la sua figura umile e coraggiosa andrebbe approfondita e studiata al liceo come esempio di quello che inferno non è, anche nel cuore nero dell'inferno di un quartiere devastato, di case senza amore e di anime senza alcuna possibilità.

Solo toccando un pezzetto di bellezza possono desiderarla. L'inferno è il posto in cui lo spazio per i desideri è già tutto occupato. Allora si fa quello che viene ordinato a testa bassa.A volte si pensa che la mafia sia la violenza del pizzo, gli omicidi, le bombe. Ma don Pino lo sa che la vera violenza è l'assenza di una scuola media in un quartiere di quasi diecimila anime.

Cheers,
Eva


venerdì 10 febbraio 2017

RECENSIONE - L'omicidio Carosino - Maurizio De Giovanni

Hello!

Oggi ritorno con una recensione, per parlarvi di una breve raccolta di racconti.

RECENSIONE
L'OMICIDIO CAROSINO
LE PRIME INDAGINI DEL COMMISSARIO RICCIARDI
Maurizio De Giovanni



TRAMA: Questa antologia racchiude "L'omicidio Carosino", "I vivi e i morti" e "Mammarella", le prime tre indagini di Luigi Alfredo Ricciardi, il commissario toccato da un potere straordinario e terribile: vedere i morti nel loro ultimo istante di vita. Dall'assassinio di una duchessa all'orrore di un triplice omicidio seriale fino ai misteri oscuri dietro le tende di un bordello, le storie di Ricciardi si dipanano in una Napoli anni Trenta in pieno regime fascista, cupa e affascinante.










 I vivi e i morti, pensava Ricciardi. I vivi sembrano già morti, i morti pensano di essere vivi. Chi sono io, allora? Sono vivo, o forse già morto e nessuno me l'ha detto?

Ho voluto approcciarmi alle indagini del commissario Ricciardi partendo dall'inizio, per farmi un quadro il più possibile completo di questo personaggio che mi ha subito interessato. Avendo letteralmente divorato i volumi della serie dei bastardi di Pizzofalcone, ambientati nella "mia" Napoli contemporanea (prima di trasferirmi qui a Roma, infatti, io e la mia famiglia abbiamo vissuto per quasi sedici anni nella capitale partenopea), mi allettava molto l'idea di dedicarmi a esplorare un ritratto un po' particolare e diverso della città, ritratta al tempo degli anni '30.

Al momento i libri dedicati al commissario Luigi Ricciardi sono 10 (più questa raccolta di racconti), e ho appreso che hanno avuto un grande successo, penso molto meritato perché De Giovanni scrive proprio bene. Questi tre racconti, che raccontano degli "inizi", delle prime indagini del commissario, sono molto belli soprattutto per le caratterizzazioni dei personaggi e degli ambienti, per l'umanità variegata e dolente che il commissario incontra e con cui ha a che fare. I casi che Ricciardi affronta sono intriganti, ma è stata una vera sorpresa per me scoprire che il protagonista di queste storie non è un semplice investigatore: un'aura "soprannaturale" permea le storie, dovute al Fatto (come lo chiama il commissario), e cioè alla sua capacità di vedere i fantasmi dei morti ammazzati, che immortalati per sempre nel loro ultimo momento di vita sussurrano a Ricciardi poche parole, per indirizzare le sue indagini. Ricciardi così risolve i casi apparentemente più insolubili e alimenta il suo straordinario successo come agente di polizia, che gli attira non poche invidie e anche qualche sguardo sospettoso e superstizioso.

Ecco, devo dire che i racconti sono belli, le storie ben costruite, i personaggi caratterizzati benissimo (soprattutto quelli secondari, devo dire)... ma alla fine, se devo essere il più possibile stringata ed esprimere un giudizio sui lavori dal punto di vista del libro giallo in sé, rubo l'espressione che ha usato mio marito quando gli ho raccontato delle indagini del commissario: così sò boni tutti!

Sì, il personaggio di Ricciardi mi ha lasciato una leggera impressione di inutilità: come se non fosse necessario ai fini della storia, come se il suo dono fosse in realtà il vero protagonista, come se fosse solo uno strumento per dare voce ai morti che continuano a restare in mezzo a noi.

Questi racconti mi sono piaciuti, non dico di no. Prima di formulare un giudizio definitivo su questo personaggio voglio però leggere almeno un romanzo, cominciando dal primo (Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi), per vedere che respiro De Giovanni riesce a dare al personaggio e alle sue indagini nello spazio più ampio e ricco rispetto alla dimensione contenuta del racconto.

Cheers,
Eva