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lunedì 16 ottobre 2017

RECENSIONE - Buchi nella sabbia - Marco Malvaldi

Hello!

Vissi d'arte, vissi d'amore... amanti dell'opera - ma non solo, benvenuti!

RECENSIONE
BUCHI NELLA SABBIA
Marco Malvaldi,
2015, Sellerio

TRAMA: Ernesto Ragazzoni avrebbe voluto che sulla propria tomba fosse scritto: "D'essere stato vivo non gli importa". Poeta dei buchi nella sabbia e delle "pagine invisibilissime", dell'arte giullaresca realizzata nella vita fuori dal testo, è in un certo senso il testimone di questo "dramma giocoso in tre atti". Come grottesco contrappasso, accanto a lui, bohémien anarchicheggiante e antimilitarista, agirà come in duetto un rigido ufficiale dei regi carabinieri. Siamo nel 1901, tempo di attentati (il re Umberto è stato appena ucciso), e a Pisa, terra di anarchia. Al Teatro Nuovo si aspetta il nuovo re, per una rappresentazione della Tosca di Giacomo Puccini. Le autorità sono in ansia: il tenore della compagnia "Arcadia Nomade", i cavatori di marmo carrarini convocati per alcuni lavori, gli stessi tecnici del teatro, sono tutti internazionalisti e quindi sospetti. E nell'ottusa paranoia dei tutori dell'ordine, perfino il compositore, il grande Puccini, è da temere tra i sovversivi. A scombinare ancor di più le carte è l'intervento di quello stravagante di Ragazzoni, redattore del giornale "La Stampa". Fatalmente l'omicidio avviene, proprio sul palcoscenico al culmine del melodramma, e non resta che scoprire se sia un complotto reazionario o un atto dimostrativo di rivoluzionari. O un banale assassinio...

L'opera, per sua stessa natura, è fuori dalla realtà: e il melomane, l'appassionato autentico, nell'ascoltare le interpretazioni sempre diverse di arie sempre uguali, e sempre ugualmente incredibili, cerca proprio questo.
Purtroppo, a volte, la realtà si dimentica dell'educazione e irrompe sulla scena, con entusiasmo addirittura superiore a quella del fissato con la lirica. E, quando sceglie di entrare a piedi uniti su un cantante, quasi sempre quel cantante sta interpretando Tosca.

E' stato un vero piacere leggere questo libro, ed è un vero piacere parlarvene qui nel mio blogghino. Ci sono tantissimi ingredienti che contribuiscono a rendere questa storia di Marco Malvaldi un piccolo gioiello: prima di tutto la trama, un giallo storico ambientato in Italia nei primi anni del secolo scorso, e precisamente nel 1901, un momento molto delicato per il nostro paese, in cui i primi fermenti anarchici e rivoluzionari agitavano la penisola e mettevano in discussione il potere monarchico, anelando a ideali di giustizia e uguaglianza e combattendo a volte con metodi cruenti ed estremi. L'intreccio è molto ben organizzato, e la caccia all'assassino è ben orchestrata, con falsi indizi seminati lungo la storia che complicano la soluzione delle indagini.

Molto bello il tono, un umorismo sottile e raffinato che di Malvaldi avevo già avuto modo di apprezzare nel suo precedente giallo storico, quell'"Odore di chiuso" in cui il grande cuoco Pellegrino Artusi si trova suo malgrado a indagare su un delitto compiuto nella classica camera chiusa. Lì come in questo "Buchi nella sabbia", Malvaldi coglie l'occasione per presentare come protagonisti dell'indagine personaggi storici realmente esistiti anche se poco conosciuti: in questa occasione, abbiamo la possibilità di conoscere Ernesto Ragazzoni, poeta delle "pagine invisibilissime", e la sua arguzia "etilica" che tanto aiuta i carabinieri nelle deduzioni necessarie alle indagini.

Ho molto amato gli scambi verbali tra i carabinieri delle Guardie Reali Gianfilippo Pellerey e Ulrico Dalmasso: ogni loro dialogo è un piccolo capolavoro umoristico e tratteggia in maniera molto efficace le varie sfaccettature del loro carattere (e del carattere di tanti italiani).

Infine, argomento di grande fascino per me è stata l'ambientazione nel mondo della lirica, che, mi rendo conto, può forse allontanare chi non ha la competenza per calarsi immediatamente nel mondo di "tenori di grazia" e "soprani drammatici". In realtà, l'universo della lirica è affascinante e interessante come tutti i microcosmi, con meschinità e piccinerie accanto a gesti tragici e plateali di vendetta o di amore appassionato, e Malvaldi riesce a presentarci il mondo delle opere liriche, e in particolare della Tosca, in modo molto accattivante: deliziosa e sinceramente divertente è la descrizione delle sventure che accompagnano da sempre la rappresentazione di quest'opera in particolare.

Un'ultima cosa: quasi altrettanto affascinante del romanzo è la nota finale intitolata "Tra il verosimile e il vero", in cui Malvaldi ci parla brevemente del substrato reale che sottende alla sua narrazione. Troviamo infatti aneddoti e note su alcuni dei personaggi storici citati nel romanzo, scelti e descritti nello stesso stile ironico del romanzo, che ci regalano un ulteriore sorriso anche quando la lettura è quasi conclusa (la lettera dall'Egitto di Puccini alla sorella è un vero capolavoro da leggere ad alta voce!).

Amo molto il Malvaldi dei vecchietti del Bar Lume, ma trovo che la dimensione più vera e riuscita per questo autore sia proprio quella del giallo umoristico, non solo storico, in romanzi stand-alone con personaggi davvero molto ben caratterizzati. Adesso non vedo l'ora che di tuffarmi di nuovo nelle sue atmosfere, con "Negli occhi di chi guarda" (già in bilico sulla pila sul mio comodino).

Cheers,
Eva

lunedì 11 settembre 2017

RECENSIONE - La rete di protezione - Andrea Camilleri

Hello!

Buongiorno e buona settimana! Oggi ritorniamo nella splendida Sicilia per parlare dell'ultimo romanzo di un autore (per fortuna) prolifico e sempre capace di "affatare".

RECENSIONE
LA RETE DI PROTEZIONE
Andrea Camilleri
2017, Sellerio

TRAMA: Vigàta è in subbuglio: si sta girando una fiction ambientata nel 1950. Per rendere lo scenario quanto più verosimile la produzione italo-svedese ha sollecitato gli abitanti a cercare vecchie foto e filmini. Scartabellando in soffitta l’ingegnere Ernesto Sabatello trova alcune pellicole, sono state girate dal padre anno dopo anno sempre nello stesso giorno, il 27 marzo, dal 1958 al 1963. In tutte si vede sempre e soltanto un muro, sembra l’esterno di una casa di campagna; per il resto niente persone, niente di niente. Perplesso l’ingegnere consegna il tutto a Montalbano che incuriosito comincia una indagine solo per il piacere di venire a capo di quella scena immobile e apparentemente priva di senso. Fra sopralluoghi e ricerche poco a poco in quel muro si apre una crepa: un fatto di sangue di tanti anni fa, una di quelle storie tenute nell’ombra.




Pirchì 'na storia accussì annava a toccari un tasto priciso della sò natura, attratta certo dalle facenne giudiziarie, ma puro, e forsi soprattutto, da quella matassa 'ntricata che è l'anima dell'omo in quanto omo.

Non posso che essere grata, profondamente grata del fatto che Andrea Camilleri, nonostante l'età e gli acciacchi, abbia ancora tante storie dentro di sé da tirare fuori, da raccontare, da condividere con noi appassionati. Il "maestro", da alcuni anni, deve purtroppo fare i conti con un grave problema agli occhi che lo costringe a dettare le sue opere alla sua assistente, piuttosto che metterle materialmente nero su bianco, ma a me in fin dei conti piace perfino di più immaginarlo mentre, con in mano l'ennesima sigaretta, costruisce nella sua testa l'intreccio e immagina l'evolversi della storia e delle vicende dei suoi personaggi, per raccontarla poi con la sua voce roca.

Anche questo suo ultimo lavoro racconta di un'indagine del commissario italiano più famoso, quel Salvo Montalbano che per tutti ha ormai le fattezze televisive di Luca Zingaretti, che si muove nel mondo ormai conosciutissimo e familiare di Vigàta, della sua villa a Marinella, dell'intrico di contrade e trazzere in cui si reca quando Catarella o Fazio lo svegliano per comunicargli che c'è stata un'ammazzatina.

In questa nuova indagine però non c'è la mafia, non ci sono fatti di sangue né intrighi politici, bensì due storie abbastanza ordinarie e "quotidiane", che Montalbano segue in parallelo, approcciandosi con la consueta e caratteristica umanità: un "cold case", quasi un'indagine intellettuale, stimolata dal ritrovamento di una serie di misteriose riprese datate più di cinquant'anni - che è quello di cui parla la sinossi, e poi un caso molto attuale, in cui il commissario deve avere a che fare con cose che gli sono lontane - la tecnologia, il linguaggio impossibile degli adolescenti di oggi, il bullismo.

E' un Montalbano umanissimo quello che ritroviamo, e con quanto piacere!, tra queste pagine, un omaggio a una narrazione collettiva che travalica i confini di una sicilianità marcata e pure ve ne è immersa, con questo uso del dialetto sempre più abbondante, una lingua musicale, caratteristica e che lascia "affatati". Un Montalbano che ha la mente sempre lucida per il ragionamento e il cuore un po' ammaccato quando ripensa alla sua vita, alla sua solitudine di bambino orfano di mamma troppo presto, a quell'occasione di paternità mancata con Francois, dolcissimo bambino ne "Il ladro di merendine" e dolorosamente perduto in "Una lama di luce", qui presente con un solo brevissimo accenno che però, in chi segue il commissario dalle prime indagini come me, ha generato una profonda commozione.

Ho trovato questo romanzo godibilissimo, appassionante, una bella prova d'autore per uno scrittore alle prese con un personaggio ormai storico, che tutti amiamo, giunto ormai alla venticinquesima indagine (senza contare gli innumerevoli racconti), che ha avuto inevitabilmente qualche flessione narrativa ma che ogni volta sa rinnovarsi e farsi accogliere con piacere. Proprio come un vecchio amico.

Cheers,
Eva

giovedì 30 marzo 2017

RECENSIONE - Questa non è una canzone d'amore - A. Robecchi

Hello!

Oggi vi parlerò di una scoperta fatta in totale autonomia, nel senso che non avevo letto niente da nessuna parte su quest'autore, sui suoi libri e personaggi... e come vedrete, sono molto felice di averlo scoperto!

RECENSIONE
QUESTA NON E' UNA CANZONE D'AMORE
Alessandro Robecchi
Sellerio Editore

TRAMA: Un fortunato autore televisivo ha abbandonato la trasmissione cui deve la fama e una discreta agiatezza. Si chiama Crazy Love e racconta la vita sentimentale della "né buona né brava gente della Nazione". Sotterfugi, tradimenti, odio, passioni e rancori, al motto di "Anche questo fa fare l'amore". Un enorme successo, ma lui non ne può più. Felice e orgoglioso della sua scelta, una sera gli si presenta in casa un tizio che cerca di ucciderlo. Si salva la vita, ma da qui in poi cominciano i guai. Una coppia di killer colti e professionali, due zingari in cerca di vendetta, una giovane segugia col cuore in frantumi, collezionisti e contrabbandieri di souvenir nazifascisti, qualche morto di troppo. Sullo sfondo accanto a una Milano multietnica e luccicante, la vita brulicante del campo rom, la sua cultura, la sua eticità. Questo di Robecchi è un giallo e una commedia, tra Scerbanenco e le canzoni di Enzo Jannacci. Raccontata da una voce caustica e cattiva, che tutto commenta e descrive con acuminata ironia, e che tiene in equilibrio il sarcasmo ribelle e sfacciato del suo investigatore chandleriano (appassionato di Bob Dylan) e il cinismo a suo modo morale del punto di vista criminale e della vendetta.

Voi continuate a pensare che Milano sia una città grigia. Liberissimi.
Ma ci sono delle albe, e nemmeno troppo raramente, in cui un azzurro cilestrino che toglie il fiato si litiga l'orizzonte con un rosa che non vuole andarsene, ed è una danza che vale la pena vedere.

Ma che bella scoperta questa voce milanese scanzonata, ironica fino al sarcasmo, divertente e cinica, che ci racconta una storia coi fiocchi: una trama articolata, ben costruita, ben raccontata, intervallata da citazioni delle canzoni di Bob Dylan, che ci accompagnano come una colonna sonora tra i viali e i vicoli di una città dipinta troppo spesso solo come frenetica e grigia.
Sin dalle prime battute, seguiamo Carlo Monterossi nelle peripezie in cui è coinvolto suo malgrado, una specie di viaggio alla Tutto in una notte, in cui, accompagnato dai suoi fidati amici Nadia e Oscar, si troverà ad affrontare un'indagine per cercare di capire chi lo vuole morto e perché.
I personaggi che il protagonista incontra emergono da un sottobosco insospettabile di malaffare ed espedienti, che gli aprono uno squarcio inedito su una vita altra rispetto a quella patinata e luccicante che suo malgrado ha vissuto fino a quel momento: due killer su commissione, una coppia di zingari saggi e dalla sapienza antica, un'esperta hacker informatica arrabbiata col mondo, un vecchio malato e terribile, una giovane e bellissima ragazza ormai disillusa, o forse ancora no...

Ho davvero apprezzato questo romanzo, si legge molto velocemente e la storia è intrigante, sorretta da una buona scrittura, a tratti molto divertente: mi sono trovata spesso a sorridere e a volte anche a ridacchiare da sola, soprattutto durante i siparietti di Carlo con la simpaticissima domestica Katrina, che gli pulisce casa e prega perché lui finalmente trovi una bella ragazza e si sistemi.

Mi è piaciuta molto anche la satira sui programmi spazzatura (la grande "Fabbrica di Merda") che appassionano milioni di telespettatori, ansiosi di sbirciare dal buco della serratura vicende sempre più scabrose e scandalose, per poter forse sentirsi migliori nella propria mediocrità. In particolare, la conduttrice del programma "Crazy Love" è ricalcata sulla conduttrice più famosa della nostra TV, con i suoi sorrisi sparati sotto la luce dei riflettori che le levigano la pelle mentre parla dei particolari più sordidi e dolorosi con lo stesso tono con cui lancia il successivo blocco pubblicitario.

Su tutto, mi è piaciuto molto come Robecchi parla di Milano, della sua città, descrivendola con amore e disincanto, senza abbellirla né impreziosirla, che guardando certi scorci della Milano da bere, della città del fare, della gran Milan, non ve n'è affatto bisogno.

I Giardini "Indro Montanelli" di Porta Venezia

Sono stata molto felice di scoprire che Robecchi ha scritto altri quattro capitoli con protagonista Carlo Monterossi: altre quattro storie da scoprire, in compagnia di personaggi ben caratterizzati cui mi sono già affezionata.

Cheers,
Eva




lunedì 27 marzo 2017

RECENSIONE - Ninfee nere - Michel Bussi

Hello!

Rieccomi qui sul blog con la recensione di un bel giallo-noir francese, di un autore poco conosciuto qui da noi ma, a quanto pare, amatissimo in madrepatria.

RECENSIONE
NINFEE NERE
Michel Bussi
Edizioni E/O

TRAMA: A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L’indagine dell’ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l’artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo.
L’intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un’indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.

La faccenda durò tredici giorni. Il tempo di un'evasione.
Tre donne vivevano in un paesino.
La terza era quella con più talento, la seconda era la più furba e la prima era la più determinata.
Secondo voi, quale delle tre è riuscita a scappare?
La terza, la più giovane, si chiamava Fanette Morelle. La seconda si chiamava Stéphanie Dupain. La prima, la più vecchia, ero io.

Una perfetta atmosfera francese, ma non quella scintillante della capitale, bensì quella più sonnolenta e defilata della periferia, in questo caso del paesino di Giverny, nell'alta Normadia: ecco la cornice ideale per questo insolito noir che trasporta il lettore in una storia misteriosa e a tratti cupa. I colori tenui dei quadri di Monet, la dolcezza delle ninfee ritratte sul famoso laghetto, l'armonia del ponte riflesso nelle calme acque dell'Epte... tutto costituisce il fondale armonico e apparentemente idilliaco di una storia violenta di follia e rabbia, di paura e di voglia di libertà.

Non è facile parlarvi di un noir in generale, e di questo in particolare, senza svelare troppo della trama, soprattutto senza rivelare troppi particolari. Mai come in questo caso l'evolversi della storia deve seguire il suo corso naturale, prendendo per mano il lettore e accompagnandolo attraverso strade tortuose e vicoli che sembrano ciechi, fino allo sconvolgente finale, totalmente inaspettato.

Per me, non è stato facile entrare subito dentro questa storia: le prime pagine sono quasi faticose, perché vengono introdotti diversi personaggi, il punto di vista e perfino lo stile della narrazione cambiano continuamente e la vicenda sembra perdersi in mille rivoli inconcludenti e slegati tra loro. Ma man mano che procedevo nella lettura, affascinata comunque da una scrittura pulita e netta, e incuriosita da un personaggio in particolare, vedevo, sentivo che tutto confluiva progressivamente verso un finale perfetto, con un colpo di scena costruito in maniera impeccabile grazie al quale finalmente tutto è andato al suo posto.

Una delle protagoniste, Stephanie, mi ha fatto tanta tenerezza e rabbia insieme. Una moderna Madame Bovary, una come quell'amica che tutte abbiamo, che ti fa venir voglia di scuoterla e di gridarle in faccia di svegliarsi, di guardare in faccia la realtà, di non perdersi dietro alle sue stupide fantasticherie e alle sue illusioni...

Ma come accennavo sopra, ho amato moltissimo, in particolare, il personaggio del viceispettore Sylvio Bénavides: la sua solidità, che fa da contraltare alla leggerezza un po' sconsiderata del suo capo Laurenc Sérénac, la sua mania delle liste e la sua concretezza, a mio parere, ne fanno una perfetta spalla investigativa e me l' hanno reso un perfetto compagno di avventure nella lettura di questo libro sorprendente.

Cheers,
Eva


lunedì 6 marzo 2017

RECENSIONE - Jane e il mistero del Reverendo - Stephanie Barron

Hello!

Carissime Janeite tra voi miei lettrici, ecco un post che spero potrà interessarvi e incuriosirvi. Se come me non siete mai stanche delle atmosfere austeniane, se come me amate immergervi nel mondo di mussole e gentiluomini che la grande scrittrice inglese ci ha fatto conoscere, allora non potete perdervi questa bellissima serie di gialli storici, dalle atmosfere meravigliosamente ricostruite, in cui l'investigatrice altri non è che... Jane Austen stessa!

RECENSIONE
JANE E IL MISTERO DEL REVERENDO
Stephanie Barron

TRAMA: Gli Austen si stanno preparando a un piacevole soggiorno a Lyme Regis, amena località di mare nel Dorset. Ma, sin dal loro arrivo, in una notte fredda e piovosa, oscuri presagi sembrano minacciarne la permanenza. Un incidente di carrozza, proprio ai confini della cittadina, costringe i viaggiatori, scossi dallo spavento, a cercare rifugio nella sinistra dimora di Mr. Geoffrey Sidmouth, uomo di indiscutibile fascino, ma dal comportamento austero e inquietante. Di lì a pochi giorni, la tranquillità della stessa Lyme viene scossa da un'orribile tragedia: un uomo viene trovato impiccato sulla riva del mare e i sospetti di tutti puntano il dito contro il temuto «Reverendo». Di tutti, ma non di Jane, ancora una volta implicata in una pericolosa indagine. Chi si cela dietro la misteriosa identità del «Reverendo»? Cosa nasconde Mr. Sidmouth con la sua ambigua freddezza? Chi è l’inquietante figura avvolta in un nero mantello che si aggira nella notte lungo la costa battuta dai flutti. Le domande si accavallano e sfortunatamente le risposte sembrano portare tutte nella stessa direzione, cioè all’ultima persona di cui lei vorrebbe sospettare… l’uomo che ha conquistato il suo cuore.

"Dunque lo stanno recuperando, proprio come ha detto il capitano Fielding", osservai fra me, con un certo sbalordimento.
E subito ebbi risposta da qualcuno che nel frattempo mi si era accostato senza che me ne accorgessi: "In un'ora in cui quasi tutte le donne avrebbero timore di mostrarsi fuori casa, voi siete più bella di quanto potessi immaginare, Miss Jane Austen di Bath"

Leggo e rileggo con piacere tutti i volumi di questa saga, ogni volta rammaricandomi che la casa editrice abbia deciso di sospenderne la pubblicazione in italiano. Qui nel nostro paese siamo infatti fermi all'ottavo volume, mentre oltreoceano l'anno scorso è stata pubblicata la tredicesima puntata di questa serie di gialli storici, ambientata negli anni in cui visse la grande scrittrice inglese, nei luoghi che lei visitò e che furono di ispirazione per i suoi romanzi.

"Le indagini di Jane Austen" sono il frutto di un artificio letterario, in cui l'autrice Stephanie Barron immagina di rinvenire un vecchio baule che racchiude le lettere perdute di Jane alla sorella Cassandra. In esse, Jane racconta, con dovizia di particolari, le vicende piccole e grandi di cui è testimone nelle cittadine in cui soggiorna, gli incontri nelle ville di campagna, le vicende intricate e misteriose su cui, con la sua sagacia e la sua intelligenza, è chiamata a indagare.

Tra le pagine di questi libri, Jane esplora la natura umana, le sue miserie e i punti più alti di nobiltà e onore, sempre all'interno della cornice, magnificamente caratterizzata, della buona società inglese dei primi anni del 1800. Suo malgrado, infatti, Jane viene coinvolta in indagini quasi del tutto cerebrali, in cui non ci sono prove materiali da scoprire ma soprattutto ragionamenti da fare, magari mentre si è sedute compostamente in un salotto, accanto al fuoco, a ricamare su fini pezze di mussola, oppure mentre si passeggia lungo la spiaggia, trattenendo con la mano il cappellino e sorridendo appena ai gentiluomini che passano accanto a cavallo...

Lasciatevi andare al mondo di Jane e tuffatevi in questi libri, per apprezzare non solo la storia gialla, il mistero che alla fine verrà brillantemente risolto grazie alle intuizioni della scrittrice, ma anche per godere delle splendide descrizioni della campagna inglese, delle sale da ballo, delle visite di cortesia scambiate tra gentildonne eleganti, in uno stile tanto simile a quello dell'originale da credere, per un attimo, che davvero queste storie siano state raccontate da Jane stessa e che per miracolo siano giunte fino a noi.


In questo volume, il secondo della serie, Jane esplora i giacimenti di fossili di Lyme pochi anni prima che Mary Anning scoprisse il più completo scheletro di ittiosauro e gettasse finalmente luce sulle prime ipotesi scientifiche relative alla preistoria; si imbatte nei contrabbandieri, i Gentiluomini dela Notte, che sbarcano di nascosto merci di prima qualità - seta, té, brandy francese - per soddisfare le esigenze della buona società londinese in vacanza; indaga, a suo rischio e pericolo, per salvare dalla forca un uomo che la turba e le fa battere il cuore... e soprattutto, riflette sulla natura degli uomini e sui loro sentimenti, sull'amore, sulla nobiltà, sulla fedeltà nei confronti degli amici, del proprio paese, di un ideale.

"Quando sono i principi a motivare le loro azioni, persino gli uomini più ordinari possono manifestare nobiltà. Inoltre ho scoperto che spesso l'apparenza del male può celare un gran bene".
"Invece io sono certa del contrario", ribattei, con una certa asprezza. "Il male si manifesta molto spesso sotto l'aspetto del decoro e della prudenza".
"E' sempre stato così", replicò Mr. Dagliesh. "Ciò che stupisce è che continuiamo a ingannarci"

La serie "Le indagini di Jane Austen è così composta:
1. Jane e la disgrazia di Lady Scargrave
2. Jane e il mistero del Reverendo
3. Jane e il segreto del medaglione
4. Jane e lo spirito del male
5. Jane e l'arcano di Pensfolds Hall
6. Jane e il prigioniero di Wool House
7. Jane e i fantasmi di Netley
8. Jane e l'eredità di Sua Signoria
9. Jane and the Barque of Frailty
10. Jane and the Madness of Lord Byron
11. Jane and the Canterbury Tale
12. Jane and the Twelve Days of Christmas
13. Jane and Waterloo Map

Sono volumi autoconclusivi, e quindi in linea di principio potrebbero essere letti indipendentemente l'uno dall'altro. In realtà, siccome si svolgono seguendo la linea temporale della grande e della piccola storia dell'epoca, seguendo Jane anche nelle sue vicende personali, sarebbe l'ideale leggerli tutti dall'inizio.

Speriamo che la casa editrice italiana (mi si lasci dire, grandissimi complimenti al traduttore italiano Alessandro Zabini per aver reso a meraviglia le atmosfere anche linguistiche della Austen) si lasci persuadere a proseguire la pubblicazione dei romanzi, ferma ormai da cinque anni.

Cheers,
Eva


venerdì 10 febbraio 2017

RECENSIONE - L'omicidio Carosino - Maurizio De Giovanni

Hello!

Oggi ritorno con una recensione, per parlarvi di una breve raccolta di racconti.

RECENSIONE
L'OMICIDIO CAROSINO
LE PRIME INDAGINI DEL COMMISSARIO RICCIARDI
Maurizio De Giovanni



TRAMA: Questa antologia racchiude "L'omicidio Carosino", "I vivi e i morti" e "Mammarella", le prime tre indagini di Luigi Alfredo Ricciardi, il commissario toccato da un potere straordinario e terribile: vedere i morti nel loro ultimo istante di vita. Dall'assassinio di una duchessa all'orrore di un triplice omicidio seriale fino ai misteri oscuri dietro le tende di un bordello, le storie di Ricciardi si dipanano in una Napoli anni Trenta in pieno regime fascista, cupa e affascinante.










 I vivi e i morti, pensava Ricciardi. I vivi sembrano già morti, i morti pensano di essere vivi. Chi sono io, allora? Sono vivo, o forse già morto e nessuno me l'ha detto?

Ho voluto approcciarmi alle indagini del commissario Ricciardi partendo dall'inizio, per farmi un quadro il più possibile completo di questo personaggio che mi ha subito interessato. Avendo letteralmente divorato i volumi della serie dei bastardi di Pizzofalcone, ambientati nella "mia" Napoli contemporanea (prima di trasferirmi qui a Roma, infatti, io e la mia famiglia abbiamo vissuto per quasi sedici anni nella capitale partenopea), mi allettava molto l'idea di dedicarmi a esplorare un ritratto un po' particolare e diverso della città, ritratta al tempo degli anni '30.

Al momento i libri dedicati al commissario Luigi Ricciardi sono 10 (più questa raccolta di racconti), e ho appreso che hanno avuto un grande successo, penso molto meritato perché De Giovanni scrive proprio bene. Questi tre racconti, che raccontano degli "inizi", delle prime indagini del commissario, sono molto belli soprattutto per le caratterizzazioni dei personaggi e degli ambienti, per l'umanità variegata e dolente che il commissario incontra e con cui ha a che fare. I casi che Ricciardi affronta sono intriganti, ma è stata una vera sorpresa per me scoprire che il protagonista di queste storie non è un semplice investigatore: un'aura "soprannaturale" permea le storie, dovute al Fatto (come lo chiama il commissario), e cioè alla sua capacità di vedere i fantasmi dei morti ammazzati, che immortalati per sempre nel loro ultimo momento di vita sussurrano a Ricciardi poche parole, per indirizzare le sue indagini. Ricciardi così risolve i casi apparentemente più insolubili e alimenta il suo straordinario successo come agente di polizia, che gli attira non poche invidie e anche qualche sguardo sospettoso e superstizioso.

Ecco, devo dire che i racconti sono belli, le storie ben costruite, i personaggi caratterizzati benissimo (soprattutto quelli secondari, devo dire)... ma alla fine, se devo essere il più possibile stringata ed esprimere un giudizio sui lavori dal punto di vista del libro giallo in sé, rubo l'espressione che ha usato mio marito quando gli ho raccontato delle indagini del commissario: così sò boni tutti!

Sì, il personaggio di Ricciardi mi ha lasciato una leggera impressione di inutilità: come se non fosse necessario ai fini della storia, come se il suo dono fosse in realtà il vero protagonista, come se fosse solo uno strumento per dare voce ai morti che continuano a restare in mezzo a noi.

Questi racconti mi sono piaciuti, non dico di no. Prima di formulare un giudizio definitivo su questo personaggio voglio però leggere almeno un romanzo, cominciando dal primo (Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi), per vedere che respiro De Giovanni riesce a dare al personaggio e alle sue indagini nello spazio più ampio e ricco rispetto alla dimensione contenuta del racconto.

Cheers,
Eva