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lunedì 11 settembre 2017

RECENSIONE - La rete di protezione - Andrea Camilleri

Hello!

Buongiorno e buona settimana! Oggi ritorniamo nella splendida Sicilia per parlare dell'ultimo romanzo di un autore (per fortuna) prolifico e sempre capace di "affatare".

RECENSIONE
LA RETE DI PROTEZIONE
Andrea Camilleri
2017, Sellerio

TRAMA: Vigàta è in subbuglio: si sta girando una fiction ambientata nel 1950. Per rendere lo scenario quanto più verosimile la produzione italo-svedese ha sollecitato gli abitanti a cercare vecchie foto e filmini. Scartabellando in soffitta l’ingegnere Ernesto Sabatello trova alcune pellicole, sono state girate dal padre anno dopo anno sempre nello stesso giorno, il 27 marzo, dal 1958 al 1963. In tutte si vede sempre e soltanto un muro, sembra l’esterno di una casa di campagna; per il resto niente persone, niente di niente. Perplesso l’ingegnere consegna il tutto a Montalbano che incuriosito comincia una indagine solo per il piacere di venire a capo di quella scena immobile e apparentemente priva di senso. Fra sopralluoghi e ricerche poco a poco in quel muro si apre una crepa: un fatto di sangue di tanti anni fa, una di quelle storie tenute nell’ombra.




Pirchì 'na storia accussì annava a toccari un tasto priciso della sò natura, attratta certo dalle facenne giudiziarie, ma puro, e forsi soprattutto, da quella matassa 'ntricata che è l'anima dell'omo in quanto omo.

Non posso che essere grata, profondamente grata del fatto che Andrea Camilleri, nonostante l'età e gli acciacchi, abbia ancora tante storie dentro di sé da tirare fuori, da raccontare, da condividere con noi appassionati. Il "maestro", da alcuni anni, deve purtroppo fare i conti con un grave problema agli occhi che lo costringe a dettare le sue opere alla sua assistente, piuttosto che metterle materialmente nero su bianco, ma a me in fin dei conti piace perfino di più immaginarlo mentre, con in mano l'ennesima sigaretta, costruisce nella sua testa l'intreccio e immagina l'evolversi della storia e delle vicende dei suoi personaggi, per raccontarla poi con la sua voce roca.

Anche questo suo ultimo lavoro racconta di un'indagine del commissario italiano più famoso, quel Salvo Montalbano che per tutti ha ormai le fattezze televisive di Luca Zingaretti, che si muove nel mondo ormai conosciutissimo e familiare di Vigàta, della sua villa a Marinella, dell'intrico di contrade e trazzere in cui si reca quando Catarella o Fazio lo svegliano per comunicargli che c'è stata un'ammazzatina.

In questa nuova indagine però non c'è la mafia, non ci sono fatti di sangue né intrighi politici, bensì due storie abbastanza ordinarie e "quotidiane", che Montalbano segue in parallelo, approcciandosi con la consueta e caratteristica umanità: un "cold case", quasi un'indagine intellettuale, stimolata dal ritrovamento di una serie di misteriose riprese datate più di cinquant'anni - che è quello di cui parla la sinossi, e poi un caso molto attuale, in cui il commissario deve avere a che fare con cose che gli sono lontane - la tecnologia, il linguaggio impossibile degli adolescenti di oggi, il bullismo.

E' un Montalbano umanissimo quello che ritroviamo, e con quanto piacere!, tra queste pagine, un omaggio a una narrazione collettiva che travalica i confini di una sicilianità marcata e pure ve ne è immersa, con questo uso del dialetto sempre più abbondante, una lingua musicale, caratteristica e che lascia "affatati". Un Montalbano che ha la mente sempre lucida per il ragionamento e il cuore un po' ammaccato quando ripensa alla sua vita, alla sua solitudine di bambino orfano di mamma troppo presto, a quell'occasione di paternità mancata con Francois, dolcissimo bambino ne "Il ladro di merendine" e dolorosamente perduto in "Una lama di luce", qui presente con un solo brevissimo accenno che però, in chi segue il commissario dalle prime indagini come me, ha generato una profonda commozione.

Ho trovato questo romanzo godibilissimo, appassionante, una bella prova d'autore per uno scrittore alle prese con un personaggio ormai storico, che tutti amiamo, giunto ormai alla venticinquesima indagine (senza contare gli innumerevoli racconti), che ha avuto inevitabilmente qualche flessione narrativa ma che ogni volta sa rinnovarsi e farsi accogliere con piacere. Proprio come un vecchio amico.

Cheers,
Eva

lunedì 30 maggio 2016

RECENSIONE: L'altro capo del filo - A. Camilleri

Hello!

Mi sono resa conto che è un bel po' che non pubblico una recensione qui sul blogghino. Ci sono diverse ragioni, la più importante delle quali è che questo è il periodo più faticoso dell'anno, per me, con un sacco di scadenze per il mio lavoro, e in più tanto da fare per seguire il mio bambino negli ultimi giorni di scuola. Poi c'è anche stata una bella novità che riguarda il mio lato "scrittrice", di cui vi parlerò nei prossimi giorni, sperando di non annoiarvi.

Per fortuna, però, sono riuscita a ritagliarmi del tempo per me, per leggere alcuni bei romanzi di cui spero riuscirò a parlarvi nel prossimo futuro. Oggi, vorrei spendere qualche parola per consigliarvi il libro che ho appena finito, e che mi ha lasciato una sensazione davvero piacevole...

RECENSIONE
L'ALTRO CAPO DEL FILO
Andrea Camilleri

TRAMA: La nuova indagine del commissario Montalbano. A Vigàta si susseguono gli arrivi di migranti e tutto il paese è coinvolto nel dare aiuto; in primo luogo la capitaneria e la polizia, ma anche tanti volontari. Il commissario e i suoi uomini non si risparmiano, ci sono gli scafisti da individuare, sospettati anche dello stupro di una bambina. Poi una notte mentre Montalbano è al porto per il consumarsi di una ennesima tragedia del mare, un’altra tragedia lo trascina via dal molo: nella più rinomata sartoria del paese è stata ritrovata la sarta Elena trucidata a colpi di forbici.






Confesso che il commissario Montalbano mi è molto caro e che i libri di Camilleri che hanno lui per protagonista sono per me i classici acquisti a scatola chiusa da tanti anni. La mia passione è condivisa da tanti in Italia, infatti questo suo ultimo romanzo, appena uscito, è già ai primi posti delle classifiche di vendita e secondo me merita davvero il successo che inevitabilmente otterrà.
Non è sempre stato così, con le storie del commissario vigatese: alcune volte, alcune sue storie mi hanno dato l'impressione di un filone in esaurimento, quasi che Camilleri scrivesse ormai "per contratto", o perché non potesse più farne a meno, pur non avendo molto da dire.

Non è però il caso di questa sua ultima indagine, e sono felice che, nonostante le sue sopraggiunte difficoltà fisiche (ha infatti confessato di non poter più materialmente scrivere a causa di una sopraggiunta cecità), lo scrittore siciliano abbia ancora tanto da raccontarci sul suo commissario.
Ma non è solo del commissario che si parla in questo libro, e in questo risiede forse il mio unico dubbio su questo romanzo. Sembra infatti costituito da due diverse parti, diversissime tra loro per argomento trattato, per personaggi e intensità del racconto, con un esile filo a collegarle, un filo fatto di pianto: del pianto di una madre.
La prima parte del romanzo parla di migranti: della miseria di chi rischia la vita per cercare di raggiungere un sogno di libertà e benessere, della difficoltà di chi è lasciato da solo ad accogliere, quasi impreparato, una marea di uomini, donne e bambini che attraversano il mare.
La seconda parte parla invece del dolore di una donna, di una storia personale e tormentata, raccontata da Camilleri con tanta malinconia, con un'amarezza forse frutto dell'età dell'autore e delle sue esperienze. 

Come sempre, parlare di un giallo senza svelare alcunché della trama è difficile e quindi parlerò poco dell'intreccio: mi limiterò a dire che secondo me la storia è solida, la parte dell'investigazione è accurata e realistica, e anche se il finale è forse un po' troppo veloce, tutto sommato si adatta bene allo spirito un po' crepuscolare dell'intera vicenda.
Quello che mi è piaciuto molto, come quasi sempre direi, in questa avventura di Montalbano sono i personaggi: a partire da quelli ormai vecchie conoscenze del lettore, da Fazio (il mio preferito) a Catarella (tenero e anche lui, malinconicamente e affettuosamente descritto).
Anche i nuovi personaggi sono forti e ben caratterizzati: Meriam, il dottor Osman, la bella sarta Elena...

Ma quello che, nelle storie di Montalbano, mi conquista definitivamente e inesorabilmente sono le comparse: quelle pennellate di poche righe in cui appaiono per pochi secondi personaggi magari senza nome, senza un ruolo importante o neanche secondario nell'intreccio, ma che costituiscono la base dell'affollata umanità siciliana che è la vera, profonda, reale forza del mondo immaginato da Camilleri.
Come ad esempio la mamma sicilianissima di un sospettato:

"Mè figlio 'nnucenti è!"
Doviva trattarisi della matre di Lillo Scotto.
"Dottori m'avi a cridiri, 'nnucenti è! Cilo dico io che sugno sò matre e lo sento nel profunno del cori mè".
Chiangenno e singhiozzanno continuò: "'U sciatu do mè sciato non è capace di fari 'na cosa accussì laida! 'U sangu do mè sangu prifirisci ammazzarisi chiuttosto che ammazzari..."

Poche righe, e mi sembra di vederla, questa donna vestita di nero che piange e si dispera, battendosi il petto per difendere "il fiato del suo fiato, il sangue del suo sangue" da ogni accusa. Mi fa sorridere e mi turba un po', da mamma meridionale (anche se non siciliana) quale sono io... per poi scoppiare a ridere, poche righe dopo, al lapidario, graffiante commento del commissario:

Montalbano pinsò che essiri orfano di 'na matre del sud potiva, certe vote, non essiri 'na maledizioni.

Un bel libro, consigliato per una lettura veloce ma profonda, accompagnati ancora una volta dal dialetto siciliano e dai colori di una terra magnifica.



Cheers,
Eva