Visualizzazione post con etichetta romanzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta romanzo. Mostra tutti i post

mercoledì 7 marzo 2018

RECENSIONE - "Arabesque" - A. Gazzola

Buongiorno!

Vi parlo oggi di una mia recente lettura, un romanzo lieve e simpatico che ha avuto il sapore di un "ritorno a casa" per me.

RECENSIONE
ARABESQUE
Alessia Gazzola
2017, Longanesi

TRAMA: Tutto è cambiato, per Alice Allevi: è un mondo nuovo quello che la attende fuori dall'Istituto di Medicina Legale in cui ha trascorso anni complicati ma, a loro modo, felici. Alice infatti non è più una specializzanda, ma è a pieno titolo una Specialista in Medicina Legale. E la luminosa (forse) e accidentata (quasi sicuramente) avventura della libera professione la attende. Ma la libertà tanto desiderata ha un sapore dolce amaro: di nuovo single dopo una lunga storia d'amore, Alice teme di perdere i suoi punti di riferimento. Tutti tranne uno: l'affascinante e intrattabile Claudio Conforti, detto CC, medico legale di comprovata professionalità e rinomata spietatezza. Quando le capita il suo primo incarico di consulenza per un magistrato, Alice si rimbocca le maniche e sfodera il meglio di sé. Al centro del caso c'è una donna di 45 anni, un tempo étoile della Scala e oggi proprietaria di una scuola di danza. In apparenza è deceduta per cause naturali. Eppure, Alice ha i suoi sospetti e per quanto vorrebbe che le cose, per una volta almeno, fossero semplici, la realtà è sempre pronta a disattenderla. Perché, grazie alla sua sensibilità e al suo intuito, Alice inizia a scoprire inquietanti segreti nel passato della donna, legati all'universo - tanto affascinante quanto spietato e competitivo - del balletto classico...

Adesso tutto torna. Maddalena ha voluto indossare quell'abito, lo stesso che portava quando erano felici e che si è animato di vita perché probabilmente lui una volta glielo ha tolto di dosso. Lo ha cercato per anni, uguale. Per poterlo guardare ancora una volta e per provare ancora le emozioni di quella giovinezza che se n'era andata via. Avrebbe dovuto mandare al diavolo il balletto, suo padre e tutto il resto. Ora chi glieli dà più i fiori del suo giardino, le notti senza stanchezza, i suoi vent'anni?

Settimo volume (comprendendo anche il breve prequel) della serie de L'allieva, alias Alice Allevi, l'impacciata medico legale inventata da Alessia Gazzola, che l'anno scorso ha avuto anche una versione televisiva (e a quanto so, è attualmente in preparazione anche la seconda stagione della fiction interpretata da Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale). Dopo i primi tre volumi ("L'allieva", "Un segreto non è per sempre" e "Le ossa della principessa") avevo interrotto la serie (i due successivi sono "Una lunga estate crudele" e "Un po' di follia in primavera"), in parte perché distratta da altri tipi di lettura, in parte perché un pochino annoiata dal tira-e-molla sentimentale dell'eterna indecisa protagonista, che mi sembrava stesse prendendo il sopravvento sulle vicende gialle e sulle indagini alla C.S.I. che tanto mi avevano incuriosito all'inizio. Avendo saltato i successivi due volumi della serie, avevo un po' di timore di perdermi nel leggere questo settimo episodio (acquistato grazie a una super offerta Kindle). In realtà "Arabesque" si è rivelata una piacevolissima lettura, una rigenerante pausa leggera ma non banale tra alcune letture "importanti", che in definitiva fa esattamente quello che promette: intrattenere senza essere sciocco e superficiale. Non aver seguito le ultime vicende di Alice e il suo dibattersi tra Arthur e Claudio, e non essere stata quindi aggiornata sui risvolti rosa della sua vita, non ha inficiato affatto la lettura di questa storia, e anzi, l'evolversi dei suoi sentimenti mi è sembrato finalmente un po' più maturo e meno ondivago e indeciso e mi ha permesso di dedicarmi ad una lettura rigenerante.

E poi la vicenda gialla di questo "Arabesque" mi ha davvero stupito (in positivo): molto ben costruita, con bei personaggi e bei retroscena, con una notevole introspezione psicologica piuttosto inaspettata, e con uno sguardo adulto ma non disincantato sui rimpianti, sulle occasioni perdute, sulle scelte di vita che spesso portano su strade impreviste e un po' tristi.

Mi piace questa Alice un po' più sicura di sé stessa, sempre empatica e sensibile ma molto più fredda nell'analisi dei suoi stessi sentimenti e di quelli delle persone che la circondano nella sua vita personale ma anche - e soprattutto, direi - di quelle che incontra nel corso del suo lavoro, che siano vittime, testimoni o colpevoli.

Buone letture,

Eva

giovedì 1 marzo 2018

RECENSIONE - "Un ragazzo normale" - L. Marone

Buongiorno!

Oggi vi parlo di un romanzo che, a quanto pare, sta dividendo la "critica" (nel senso probabilmente ristretto dei blog letterari) tra chi lo ha amato e chi invece ne è rimasto deluso...

RECENSIONE
UN RAGAZZO NORMALE
Lorenzo Marone
2017, Feltrinelli

TRAMA: Mimì, dodici anni, occhiali, parlantina da sapientone e la fissa per i fumetti, gli astronauti e Karate Kid, abita in uno stabile del Vomero, a Napoli, dove suo padre lavora come portiere.
Passa le giornate sul marciapiede insieme al suo migliore amico Sasà, un piccolo scugnizzo, o nel bilocale che condivide con i genitori, la sorella adolescente e i nonni.
Nel 1985, l’anno in cui tutto cambia, Mimì si sta esercitando nella trasmissione del pensiero, architetta piani per riuscire a comprarsi un costume da Spiderman e cerca il modo di attaccare bottone con Viola convincendola a portare da mangiare a Morla, la tartaruga che vive sul grande balcone all’ultimo piano. Ma, soprattutto, conosce Giancarlo, il suo supereroe. Che, al posto della Batmobile, ha una Mehari verde. Che non vola né sposta montagne, ma scrive. E che come armi ha un’agenda e una biro, con cui si batte per sconfiggere il male.
Giancarlo è Giancarlo Siani, il giornalista de “Il Mattino” che cadrà vittima della camorra proprio quell’anno e davanti a quel palazzo.
Nei mesi precedenti al 23 settembre, il giorno in cui il giovane giornalista verrà ucciso, e nel piccolo mondo circoscritto dello stabile del Vomero (trenta piastrelle di portineria che proteggono e soffocano al tempo stesso), Mimì diventa grande. E scopre l’importanza dell’amicizia e dei legami veri, i palpiti del primo amore, il valore salvifico delle storie e delle parole.
Perché i supereroi forse non esistono, ma il ricordo delle persone speciali e le loro piccole grandi azioni restano.

Era già a qualche metro di distanza quando si voltò.
"Mimì..."
"Eh..."
"Il finale... potresti lasciarlo aperto a più possibilità. Mica devi per forza trovare una soluzione per far contento il lettore, non tutte le storie hanno un buon finale", e mi strizzò l'occhio.
E' vero, Giancà, non tutte le storie hanno un buon finale.

Una casa vuota, disabitata, silenziosa. Muri spogli, segnati dal tempo: qui l'ombra di una libreria, là probabilmente c'era il letto, e il lungo corridoio per arrivare a un terrazzo che, chissà perché, da bambino sembrava enorme. E sul muro, un po' nascoste, le loro iniziali, incise in un pomeriggio di noia: SFMV. Sasà Fabio Mimì Viola. Quattro dodicenni napoletani, il racconto della loro estate del 1985, e Mimì, ormai un quarantenne Domenico, con moglie e figlio, che vive altrove, che cammina tra i ricordi di quei mesi.

Nel corso di quell'estate, Mimì ha sperimentato per la prima volta cosa significa crescere: abbandonare per sempre il sé stesso bambino, con gli ultimi strascichi dell'infanzia che fanno spazio ai turbamenti adolescenziali, alla sete di libertà e giustizia, alle amicizie "da grande". In un continuo avvolgersi del tempo, andando avanti e indietro nei ricordi di questo ragazzo napoletano tanto particolare, anche noi lettori facciamo la conoscenza con personaggi reali oppure inventati ma realistici e vivacemente caratterizzati. Ci sono i nonni, saggi e teneri, che regalano di nascosto a Mimì le "diecimila lire" per offrire il gelato alla ragazza del cuore; ci sono mamma e papà, una mamma e un papà normali, che non capiscono bene questo figliolo tanto diverso ma che comunque ne sono orgogliosi, e tanto in ogni caso lo accetterebbero e lo amerebbero comunque fosse; c'è Viola e la sua famiglia di ricchi borghesi del Vomero, a cui Mimì guarda dal "basso" del gabbiotto del portiere; c'è l'amico Sasà, simbolo di tanti ragazzi napoletani un po' borderline, in bilico tra la legalità e il grande salto nel "sistema", che potrebbe garantire loro quella ricchezza e quel benessere da cui si sentono, con rabbia, esclusi.

E poi c'è lui, Gianca'. Giancarlo Siani, un ragazzo normale. Un giornalista coraggioso. Un supereroe con cui sperimentare la lettura del pensiero, a cui chiedere consigli d'amore e letterari, con cui cantare a squarciagola la canzone preferita di Vasco Rossi, da difendere a spada tratta nei confronti degli altri adulti, spaventati dal suo mettersi in mostra, dal suo non chinare la testa come tutti.

Ho trovato questo libro poetico, commovente, emozionante e ben scritto. "Un ragazzo normale" è il secondo romanzo di Marone che leggo, qualche mese dopo "Magari domani resto" che mi era piaciuto molto soprattutto per il personaggio di Luce. Ma mentre lì avevo trovato molta cartolina, una Napoli ben descritta ma forse troppo positiva e in buona "luce" (perdonate il gioco di parole), qui ho trovato tanto cuore napoletano, con i suoi lati oscuri e profondi, con le sue paure, le sue vigliaccherie, le sue inevitabili piccolezze.

Quando Mimì parla come nessun altro, in modo assurdo e quasi inverosimile, senza preoccuparsi di essere preso in giro per le sue parole complicate, per la sua cultura enciclopedica, per la sua pignoleria, per il suo essere profondamente, immensamente diverso da tutti quelli che gli girano intorno, comprese le persone che lui pure ama, sta rimarcando secondo me la necessità (inconscia) di staccarsi in modo radicale dall'ambiente in cui si è cresciuti per poter essere diversi, per poter andare via, davvero.

Nell'estate in cui tutto cambiò, non soltanto Giancarlo Siani venne ucciso da due sicari in una tiepida sera di settembre. Non soltanto Mimì ha perso la sua innocenza, inesorabilmente lasciata indietro insieme al rimbombo dei 10 colpi di pistola che raggiunsero il suo grande amico, il suo supereroe non più invulnerabile, sulla sua ormai mitica Mehari verde.

Nell'estate in cui tutto cambiò, un'intera città si risvegliò Fortapàsc.


Buone letture,

Eva.

mercoledì 29 novembre 2017

RECENSIONE - "Isole minori" - Lorenza Pieri

Buongiorno!

Ancora una storia familiare, un rapporto tra sorelle, al centro del romanzo di cui vi parlo oggi.

RECENSIONE
ISOLE MINORI
Lorenza Pieri
2016, Edizioni E/O

TRAMA: Due sorelle nate negli anni Settanta su un’isola con meno di mille abitanti, una madre combattiva e un padre edonista, una nonna partigiana, un ragazzo selvatico. Un racconto che dura quattro decenni e ha come centro geografico, politico e sentimentale l’isola del Giglio. Un luogo apparentemente paradisiaco e lontano dal resto del mondo, ma che diventa punto di partenza e di arrivo di eventi che segnano una storia familiare e al tempo stesso la storia del paese. Teresa, figlia minore e voce narrante, tenterà di fuggirne per trovare il suo posto nel mondo, ma con l’isola dovrà tornare a fare inevitabilmente i conti, così come dovrà farli con il distacco dalla sorella, amata e odiata, con le vicende politiche che continuano a ossessionarla, con la nostalgia della lunga estate che è stata la sua infanzia, con la sua “minorità”, la cui accettazione è la chiave per recuperare tutto quello da cui le sembrava necessario fuggire. Sospeso tra romanzo di formazione, saga familiare, parabola sugli ultimi quarant’anni di storia italiana, il romanzo di Lorenza Pieri è un libro intenso e luminoso, in cui la lingua ha la forza magnetica della natura selvaggia e del mare a cui si ispira.

Caterina il sole, io nella sua ombra.
Caterina che piange di rabbia, io che rido per niente.
Caterina e le sue storie, io il suo pubblico.
Caterina l'avvocato, io il cliente assolto.
Caterina rossa, tra i rovi e l'erba secca, io mora, tra i papaveri e le ginestre.
Caterina continente, io isola minore.

Faccio una piccola premessa: scrivo questa recensione un po' di tempo dopo aver letto questo libro, e nonostante questo riesco ancora a sentire la gioia che mi ha portato l'averlo fatto, tanto che, restia a separarmene fisicamente, non l'ho prestato neanche all'unica persona a cui non ho paura di affidare i miei libri, certa che li tratterà come e meglio di me. Eppure, con questo "Isole minori", è scattato davvero qualcosa: quell'affezione particolare che ti porta ad amare un libro, a essere felice di averlo letto e di saperlo lì, al sicuro nella tua libreria, pronto per essere preso di nuovo in mano in qualsiasi momento, per essere sfogliato e riletto e amato, di nuovo.

Lorenza Pieri ha scritto (magnificamente) una storia di famiglia, una di quelle che si svolgono su un arco temporale lunghissimo - decenni - e che permettono di seguire nella loro crescita i personaggi e i luoghi, a cui ci affezioniamo e di cui vogliamo seguire le sorti. Sapere cosa accadrà loro, star loro accanto durante le difficoltà, gioire dei loro successi e soffrire delle loro frustrazioni, che sono un po' le nostre, quelle di tutti i giorni, quelle della vita.

Il rapporto tra le sorelle Caterina e Teresa è reso molto bene e le due ragazze, bambine prima, donne poi, sono presentate con i loro caratteri diversissimi, con i loro pregi e difetti, talmente reali che ci sembra di conoscerle, di essere loro amiche. Per me, nata come loro negli anni Settanta (anche se non su un'isola, ma in una realtà di periferia molto simile) è stato un tuffarmi nel passato, un rivivere esperienze personali anche nelle piccolissime cose (gli zoccoli ai piedi, i giocattoli della mia infanzia, la macchina di papà con i finestrini aperti per far uscire il fumo delle sigarette...). Leggere questo libro è stato seguire la storia della famiglia, della madre combattiva,  del padre superficiale ma tanto affascinante, della nonna - la fantastica nonna, la roccia, il punto di riferimento, e osservare come le piccole storie di tutti noi si intrecciano alla Storia con la S maiuscola, agli eventi che cambiano il corso di una nazione. E sullo sfondo il Giglio, quest'isola quasi magica del Mediterraneo, piena di gente in estate e desolata in inverno, quando finalmente ritorna proprietà dei suoi legittimi proprietari: il mare, il vento, i gabbiani, e i pochi che resistono senza tornare "sul continente".

Attraversando quarant'anni di storia italiana, Teresa, la voce narrante, ci racconta di com'eravamo, di dove volevamo andare, di dove siamo invece arrivati, e di come siamo cambiati nel frattempo. E dell'isola minore che ognuno di noi ha dentro di sé, il posto dove tornare quando crediamo di aver smarrito la strada.

Buone letture,
Eva

lunedì 27 novembre 2017

RECENSIONE - "Le sorelle dell'oceano" - L. Clarke

Buongiorno!

Ben ritrovati e buona settimana. Oggi vi parlo di una mia recente lettura, un libro che ho scovato in quello che sta rapidamente diventando uno dei miei posti preferiti per comprarne in maniera quasi compulsiva: sto parlando di una bancarella vicino casa, lungo una strada trafficata e piena di negozi, dove due ragazzi stranieri accumulano probabilmente fondi di magazzino, libri di recente pubblicazione, a volte nemmeno mai aperti. E' qui che per non so quale combinazione, faccio scorta soprattutto di editi Neri Pozza, una delle mie case editrici preferite, pagando i volumi meno di un terzo del prezzo di copertina. Un'occasione troppo allettante per resistere...

RECENSIONE
LE SORELLE DELL'OCEANO
Lucy Clarke
2015, Neri Pozza

TRAMA: Katie stava sognando il mare la notte in cui viene destata dallo squillo del telefono. Un suono inquietante nel silenzio della tenebra, un suono che annuncia l'incubo in cui, in pochi attimi, precipita la sua esistenza. Giusto il tempo di scostare le coperte, scivolare fuori dal letto, raggiungere il telefono e accorgersi che invece suonano al citofono, aprire la porta di casa e, al cospetto di due poliziotti con gli occhi puntati a terra, ascoltare le parole che non avrebbe mai voluto sentire: "Lei è la sorella di Mia Greene? Ci dispiace molto doverla informare che la polizia di Bali ci ha comunicato che Mia Greene è stata trovata morta. L'hanno rinvenuta ai piedi di una scogliera". Suicidio, secondo la polizia, che a conforto della sua tesi esibisce le affermazioni dei testimoni - una coppia sui trent'anni in viaggio di nozze ha visto Mia, sola, vicinissima al bordo della scogliera - e il referto dell'autopsia, che indica come la ragazza si sia lanciata con la faccia in avanti. Quel che resta di Mia è soltanto il suo diario: una giovane vita ridotta a poche pagine scritte e a molte rimaste bianche per sempre. Katie sa, tuttavia, che le cose non possono essere andate in questo modo. Mia non si sarebbe mai tolta la vita. Katie decide allora di attraversare l'oceano e ripercorrere le tappe del viaggio di Mia, rivivendolo attraverso le pagine del diario...

Finn fece un passo avanti e la costrinse a guardarlo negli occhi. "Questa cosa ho intenzione di dirtela una volta sola, quindi vedi di non dimenticarla".
Lei sostenne il suo sguardo.
"Tu non sei Harley. Non sei tua madre. E non sei nemmeno Katie. Tu, Mia Green, sei tu".
"Ma non sono sicura di sapere chi sono".

E' curioso leggere un libro di cui non hai mai sentito parlare, di cui non hai letto nulla, da cui non ti aspetti niente. Sei completamente libera, priva di qualsiasi pregiudizio, di ogni aspettativa: semplicemente, ti lasci andare, curiosa di scoprire la storia, i personaggi, se riusciranno a intrigarti, se li troverai simpatici. Se le ambientazioni ti affascineranno, o al contrario reseteranno un semplice fondale di cartone. Se avrai voglia di finirlo, se farai tardi a leggere anche se la mattina dopo devi alzarti presto, e la realtà ti chiama a gran voce.

Posso dire che leggere "Le sorelle dell'oceano" mi ha coinvolto sin dalle prime battute, dalle prime pagine in cui si delineano immediatamente il carattere e la vita dei pochi protagonisti: Katie e Mia, soprattutto, due sorelle che non potrebbero essere più diverse, due donne con una vita diametralmente opposta. Tanto posata e razionale una, tanto tormentata e ribelle l'altra. L'una sempre in cerca di certezze, di sicurezze, di una forma definita della propria vita, l'altra disponibile al cambiamento, all'incertezza, alla leggerezza. E tuttavia, Katie che sembra così quadrata e noiosa è in realtà solida e coraggiosa, mentre Mia, che all'inizio affascina e fa quasi tenerezza nella sua levità, nel suo "sfarfalleggiare" di qua e di là con noncuranza, mi è risultata alla fine un po' antipatica, nel suo essere infantile e incapace di assumersi le proprie responsabilità. Nel suo dare per scontata la sorella, sempre, troppo.

Questo è un romanzo in cui, bisogna dirlo, i colpi di scena nella trama si susseguono in  modo continuo, tanto che a volte mi ha dato l'impressione di leggere un feuilleton, uno di quei romanzi d'appendice di inizio Ottocento in cui alla protagonista ne succedevano di ogni. E infatti tradimenti, rivelazioni su misteri di famiglia, litigi tra fratelli, drammi e tragedie non si risparmiano, dando a volte la sensazione di "troppo". Il tutto però è stemperato da una bella scrittura, fluida e per niente pesante, e soprattutto dalle ambientazioni, magistralmente rese: l'Australia, le Hawaii, Bali... i colori dei paesaggi, i profumi esotici, il caos di culture diverse, e a fare da contraltare il freddo grigio di Londra, e la Cornovaglia spazzata dal vento.

Alla fine, ripercorrendo il viaggio della sorella, grazie al minuzioso diario che quest'ultima tiene durante il suo girovagare intorno al mondo, Katie risolve il "mistero" sulla fine di Mia e insieme viene a capo di sé stessa, della sua vita, dei suoi veri desideri, esplorando quello che c'è nel suo cuore e trovando il coraggio di cambiare quello che la tiene ancora legata alle catene della sua vecchia "lei".

Ho molto apprezzato la tecnica di narrazione adottata da Lucy Clarke: i lunghi capitoli si susseguono alternando le voci dei protagonisti e il tempo in cui le vicende si sono svolte, in un continuo rimescolarsi di presente e passato, in cui la vita di Katie e quella di Mia, dei loro amori, degli amici, dei genitori, si intrecciano e si separano come i fili di un complesso arazzo familiare.

Buone letture,
Eva.

mercoledì 22 novembre 2017

RECENSIONE - "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio" - A. Lakhous

Buongiorno!

Quante volte ormai negli ultimi tempi mi sarò scusata per essere sparita dai radar? Il lavoro è tiranno, in certi periodi dell'anno ancora di più, e purtroppo nelle ultime settimane ho diradato le mie apparizioni sugli spazi delle amiche che cerco comunque di seguire, e abbandonato quasi del tutto il mio blogghino. Oggi però voglio condividere con voi una piccola storia, ambientata nella mia città, a Roma, con un punto di vista (anzi, tanti punti di vista) molto particolare...

RECENSIONE
SCONTRO DI CIVILTA' PER UN ASCENSORE 
A PIAZZA VITTORIO
Amara Lakhous
2006, Edizioni E/O

TRAMA: Omicidio a piazza Vittorio: una commedia all'italiana scritta da un autore di origine algerina. Questo romanzo di Amara Lakhous è una sapiente e irresistibile miscela di satira di costume e romanzo giallo imperniata su una scoppiettante polifonia dialettale di gaddiana memoria (il "Pasticciaccio" sta sullo sfondo segreto della scena come un nume tutelare). La piccola folla multiculturale che anima le vicende di uno stabile a piazza Vittorio sorprende per la verità e la precisione dell'analisi antropologica, il brio e l'apparente leggerezza del racconto. A partire dall'omicidio di un losco personaggio soprannominato "il Gladiatore", si snoda un'indagine che ci consente di penetrare nell'universo del più multietnico dei quartieri di Roma: piazza Vittorio. Forse basta mettere in scena frammenti di vita quotidiana intrecciati attorno all'ascensore, puntualmente all'origine di tante dispute condominiali, per comprendere il nodo focale del paventato, discusso, negato o invocato scontro di civiltà che assilla il nostro presente e il nostro futuro e infiamma il dibattito politico, sociale e religioso-culturale dei nostri giorni.

Ho pensato tutto il giorno al razzista che rifiuta di sorridere e mi sono reso conto che Iqbal ha fatto un'importante scoperta. Il problema del razzista non è con gli altri ma con sé stesso. Direi di più: non sorride al prossimo perché non sa sorridere a sé stesso. E' proprio giusto quel proverbio arabo che dice: "Chi non ha non dà".

Ne avevo sentito tanto parlare, volevo leggerlo da tanto tempo, ancora di più da quando ho scoperto che una mia prozia ha vissuto tanto tempo fa in un palazzo che all'epoca si diceva "stregato" proprio nella piazza del titolo... e poi, in questi tempi confusi, in cui voci contrastanti si alzano da tutte le parti per protestare contro un fenomeno su scala mondiale come la mescolanza di culture, una lettura di questo tipo è adatta per conoscere un punto di vista particolare. Anzi, come dicevo più su, tanti punti di vista particolari, perché il romanzo - breve, per la verità - è costruito in maniera molto curiosa, con le voci di undici residenti dello stabile di Piazza Vittorio che si alternano a raccontare, in prima persona, la "loro" verità. L'aspirante regista olandese accanto alla portinaia napoletana, il negoziante bengalese prima del professore milanese trapiantato suo malgrado a Roma, la povera badante peruviana, il barista Sandro, romano de Roma, insomma tutti descrivono in poche pennellate la loro realtà di solitudine, di rabbia, di perplessità di fronte a certezze di una vita che vacillano sotto i colpi di una strana modernità, di paure e di piccoli grandi atti di coraggio.

Ogni narrazione prende lo spunto dal fatto: l'omicidio di un delinquentello di mezza tacca che viveva nello stabile, il cui corpo pugnalato è stato ritrovato nell'ascensore, quello stesso ascensore oggetto delle dispute condominiali. Un morto che nessuno rimpiangerà diventa lo spunto per far esplodere rancori nascosti e inaspettate generosità, e su tutti i personaggi, al di sopra delle loro miserie, giganteggia una figura quasi mitica, quell'Amedeo che di tutti è amico, da tutti è rispettato, risolve i problemi, aiuta, sorride, tende la mano: la parte bella di noi, che quasi fatichiamo a riconoscere quando ce la troviamo davanti.

Il libro è scritto molto bene, e come dicevo è un piccolo tassello interessante per pensare, in questi tempi in cui l'immigrazione, la mescolanza delle culture, lo scontro, anche, sono argomenti molto urgenti. E' molto veloce e leggero, si legge d'un fiato, ma allo stesso tempo non va via subito, lascia da pensare, soprattutto a chi non ha paura di indagare sé stesso e le sue inconscie paure: quanto siamo realmente tolleranti, noi? Ma poi, è giusto definirsi "tolleranti"? Non ha in sé, questa parola, già un fondo di spocchia e presunta superiorità? Qual è il modo giusto di rapportarsi con culture tanto diverse da noi? Dov'è il confine - se esiste - tra "noi" e "loro"? Chi sono, "loro"? E chi siamo, "noi"?

Buone letture,
Eva

venerdì 20 ottobre 2017

RECENSIONE - "Le otto montagne" - Paolo Cognetti

Hello!

Io credo, per dirla con le parole dell'alpinista Guido Rey, che "la montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete, come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte". Parliamo oggi anche qui sul mio blogghino, buoni ultimi, di un libro molto apprezzato e premiato negli scorsi mesi, che ogni appassionato di montagna e di natura non può assolutamente perdersi.

RECENSIONE
LE OTTO MONTAGNE
Paolo Cognetti
2016, Einaudi

TRAMA: Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo "chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso" ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E li, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, "la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui". Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: "Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino". Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.

Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa. Per questo guarda verso l'alto, in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l'acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c'è più niente per te, mentre il futuro è l'acqua che scende dall'alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro è a monte. Ecco come avrei dovuto rispondere a mio padre. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

Leggere questo libro è stato un percorso molto emozionante per me, per tanti motivi, e non riuscirò a separare le mie sensazioni dalla valutazione più o meno oggettiva che si dovrebbe dare di un libro, per consigliarlo e raccomandarlo. Del resto chi mi legge forse avrà imparato ad apprezzare queste chiacchierate a volte troppo prolisse che arrivano poi alla semplice conclusione: leggetelo, fidatevi, perché è un libro bellissimo.

Perché alla fine, oltre a tutto quello che si può dire e che è stato già detto di questo romanzo di Paolo Cognetti, la cosa principale che rimane è che davvero è un libro meraviglioso, da leggere quasi centellinandolo per non arrivare troppo presto alla fine. E' un libro scritto meravigliosamente, in un italiano armonioso, musicale, una prosa che a volte sembra poesia e che affascina e incanta. E' una storia che arriva da lontano, che parla di sentimenti antichi, primordiali, essenziali: l'amicizia, l'amore, la solitudine, l'irrequietezza. E' un ritratto in parole della bellezza delle montagne, di tutte quelle possibili sconosciute a coloro che pensano che "montagna" sia solo sinonimo di arrampicata, fatica, freddo: parla della montagna dei boschi pieni di animali e di vita, della montagna dei pratoni e degli alpeggi, di quella delle pietraie e di quella dei ghiacciai perenni. Parla della montagna nelle stagioni senza turisti, certi autunni colorati come solo nei quadri, certe primavere così piene di vita nuova da commuovere.

I personaggi sono umani, deboli e sublimi allo stesso tempo, con le loro incertezze e le loro sicurezze, e ognuno di loro si approccia in modo diverso alla montagna e per ognuno di loro montagna significa qualcosa di diverso: per Pietro, il protagonista e voce narrante, montagna significa prima l'unico modo di comunicare con un padre chiuso e ombroso, tanto amato, e poi significa fuga, irrequietezza, libertà. Per Bruno, il suo amico, la montagna è semplicemente tutto il suo mondo, l'unico perimetro delle sue emozioni, un vero omo servadzo, un "uomo antico che vive nei boschi, capelli lunghi, barba, tutto coperto di foglie..."

Il libro è diviso in tre parti, quasi a simboleggiare le tre parti della vita di un uomo prima della vecchiaia: l'infanzia spensierata, la giovinezza ribelle, l'"adultità" consapevole che ci spinge a ripercorrere i nostri passi e a trovare la strada per diventare chi siamo veramente. Nello sviluppo della storia, seguiamo Pietro e l'evoluzione del suo rapporto con la famiglia, con l'amico di una vita, con la montagna e con il profondo significato di una vita spesa a cercare qualcosa che non sempre sappiamo dov'è, né cosa è. Splendida la leggenda tibetana sulle otto montagne, che dà il titolo al libro e di cui non vi parlo, per lasciare a chi deciderà di leggerlo (spero davvero in tanti) la meraviglia di scoprirla al momento giusto.

Leggetelo, fidatevi, perché è un libro bellissimo.

Cheers,
Eva

martedì 11 luglio 2017

RECENSIONE - Piccole grandi cose - J. Picoult

Hello!

Per la mia prima recensione dopo un bel po' di tempo, oggi vorrei parlarvi di un libro della scrittrice americana Jodi Picoult, scrittrice che ho scoperto di recente grazie a uno dei più bei libri letti l'anno scorso, "Leaving" (trovate qui la mia reensione). La Picoult è molto conosciuta soprattutto per il libro "La custode di mia sorella", da cui è stato tratto l'omonimo film, e io pian piano sto leggendo tutti i suoi lavori perché mi piace moltissimo come costruisce le storie e come sfida il lettore a mettere in discussione le proprie idee. Gli argomenti che tratta non sono mai banali, anzi spesso si rimane stupiti davanti alla sua capacità di immergersi nelle situazioni e renderle coinvolgenti anche se  apparentemente lontane dalla nostra vita.

Appena è uscito, ho subito desiderato leggere questo suo ultimo lavoro, di cui vi parlo oggi.

RECENSIONE
PICCOLE GRANDI COSE
Jodi Picoult
Small Great Things, trad. L. Corradini Caspani
Corbaccio, 2016

Da più di vent'anni, Ruth Jefferson è infermiera ostetrica al Mercy-West Haven Hospital. Durante il proprio turno, mentre sta effettuando il check-up di un neonato, viene improvvisamente allontanata: i genitori di Davis sono bianchi suprematisti e non vogliono che Ruth, afroamericana, tocchi il bambino. L'ospedale soddisfa la loro richiesta di impedire a Ruth di avvicinarsi a Davis, ma il giorno successivo il piccolo ha delle complicanze cardiache proprio mentre Ruth è l'unica ostetirca in servizio. Intervenire oppure no? Obbedire all'esplicito divieto di toccare il bambino oppure al dovere etico di soccorrerlo? Ruth esita prima di effettuare il massaggio cardiaco, il bimbo muore e lei finisce per essere accusata di omicidio colposo. Kennedy McQuarrie, avvocatessa bianca, sceglie di impostare una linea difensiva che escluda a priori l'ipotesi di razzismo nei confronti dell'infermiera. Sarà la scelta giusta? Ruth e l'avvocatessa faticano a trovare un modo di intendersi, ma la vicenda giudiziaria si rivelerà infine utile a entrambe per capire molto di più di sé stesse e soprattutto per guardare il mondo da una nuova prospettiva.

"Hai ragione" concordo. "Ti serve giustizia." Ruth si ferma, pur continuando a distogliere lo sguardo da me. "Vorrai dire uguaglianza" rettifica.
"No, voglio dire giustizia. Uguaglianza è trattare tutti allo stesso modo. Ma giustizia è tener conto delle differenze, così tutti hanno una possibilità di riuscire." La guardo. "La prima suona equa. La seconda è equa. Uguaglianza è dare a due bambini un testo stampato. Ma se uno è cieco e l'altro ci vede, non ha senso."

Che libro splendido.
Quasi quasi potrei concludere qui, perché davvero è uno dei libri più potenti ed emozionanti che io abbia letto negli ultimi anni. E' vero, io sono molto sentimentale nelle mie recensioni, e purtroppo (o per fortuna) non riesco a separarmi dalle emozioni che una storia mi muove dentro, quando sono così profonde come quelle che questo libro mi ha suscitato. Le mie recensioni, che altro non sono se non riflessioni su quello che leggo, sono lo specchio di quello che ho provato leggendo, un chiacchierare a volte confuso che non può che concludersi in questo caso con un'esortazione a tutti: leggetelo!

E' scritto come al solito molto bene, e come al solito, data la grande bravura dell'autrice, è capace di offrire al lettore diversi punti di vista di una stessa questione, forzandolo a mettere in discussione sè stesso e le proprie convinzioni (o illusioni). Come si evince già dalla trama, il tema principale è il razzismo, soprattutto quello nei confronti delle persone di colore, ma nel libro è visto da tanti aspetti, non solo quello della discriminazione delle persone con un colore della pelle diverso da quello della maggioranza. C'è infatti anche una profonda riflessione sulla genitorialità e sul dolore terribile causato dalla perdita di un figlio, con un interessante contrasto tra l'umanissima pietà e compassione che proviamo istintivamente per due genitori colpiti da un dolore così grande e la contemporanea e immediata repulsione per le idee e la vita di quegli stessi genitori. E' bello e, per me, completamente inedito l'argomento della "riconversione" dei razzisti, con una riflessione sul percorso di consapevolezza che, soprattutto negli Stati Uniti, molte persone fanno a proposito delle loro convinzioni. C'è il punto di vista delle persone "bianche", magari genuinamente non razziste, ma così terrorizzate dalla raccapricciante ipotesi di scoprirsi peggiori di quanto credono da sottolineare invece, senza volerlo, ogni differenza tra due mondi contrapposti e che spesso non riescono davvero a parlarsi. E c'è il punto di vista delle persone di colore che vogliono, anzi sono orgogliosi di "differenziarsi" il più possibile, perché loro non sono "come i bianchi", non vogliono l'elemosina di una concessione da parte di indulgenti padroni.

Questo romanzo mi ha fatto riflettere soprattutto su quello che la Picoult chiama "razzismo inconsapevole": nessuno di noi bianchi si sofferma mai a pensare al peso che il colore della sua pelle ha nell'ambiente che frequenta, è un dato di fatto acquisito che noi bianchi siamo la "norma". Pensate quando leggiamo un romanzo: non ci viene detto di che colore è la pelle dei protagonisti, a meno che non sia nero... Soprattutto mi ha colpito tantissimo un passaggio in particolare: al contrario dei neri, nessun bianco cresce con l'idea e l'acuta consapevolezza che quello che fa, in bene o in male, ricadrà in positivo o in negativo su tutti quelli della sua "razza". Io ho pensato tanto, leggendo questo libro, mi sono arrabbiata, ho riflettuto e anche pianto. Che brava Jodi Picoult!

Cheers,
Eva