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martedì 8 novembre 2016

RECENSIONE - "D'un tratto nel folto del bosco" - Amos Oz

Hello!

Scusate la poco frequente presenza nel blog ma purtroppo, come vi avevo accennato, sono in un periodo densissimo al lavoro e riesco non solo a scrivere poco, ma anche a leggere molto meno di quello che vorrei. Oggi però vi parlo di un bel libro che mi ha fatto compagnia nei giorni scorsi, un libro breve (poco più di 100 pagine) ma molto intenso.

RECENSIONE
D'UN TRATTO NEL FOLTO DEL BOSCO
Amos Oz
Feltrinelli Editore

TRAMA: La notte, al villaggio, uno strano, impossibile silenzio abita il buio. Anche di giorno, l'assenza degli animali lascia ovunque le sue tracce: non un cane in cortile, non un gatto sui tetti, e nemmeno una mosca che ronza o un grillo che canta nei prati intorno. Qualcosa dev'essere successo tempo fa e i bambini ogni tanto fanno domande che restano senza risposta. Fino a quando Mati e Maya non partono per la loro avventura, in cerca del mistero del villaggio dove gli animali sono scomparsi. Nel folto del bosco troveranno Nimi, il bambino puledrino ammalato di nitrillo, Nehi, il demone del bosco e una triste verità.




 "Mai, mai e poi mai, assolutamente mai," dicevano i genitori ai loro figli, "mai per niente al mondo potete uscire di casa dopo il calar del buio." Se un bimbo chiedeva ai suoi genitori come mai, quelli si facevano scuri in viso e rispondevano che la notte è assai pericolosa. Il buio un crudele nemico.

Due del mattino. Una stanza silenziosa, di là tutti dormono, le uniche luci sono le braci che lentamente si spengono nella stufa e quella di una fioca lampada che guizza sulle pagine di un libro. Fuori, il silenzio e il buio: il profilo delle montagne si staglia contro il cielo illuminato dalla luna che sta sorgendo, e il vento fischia contro i vetri delle finestre senza imposte, che guardano sui pendii che corrono giù dal passo, verso il paese lontano. Le uniche cose che si muovono sono i rami degli alberi spogli, che sembrano lunghe dita rattrappite dagli anni e dal freddo. Una donna legge, avvolta in una coperta...

Non è una scena del libro di cui vi sto per parlare, ma è la realtà in cui mi sono trovata mentre leggevo le poche pagine di questo splendido racconto di Amos Oz, in una fredda notte passata in un rifugio sugli Appennini, mentre la mia famiglia dormiva e io invece non riuscivo a prendere sonno. Troppo silenzio, che rimbombava nelle mie orecchie di cittadina, pur innamorata della montagna e soprattutto della montagna "di mezzo", quegli Appennini dolci e aspri allo stesso tempo, in cui ti può capitare di camminare per ore senza incontrare nessun altro sul sentiero. In cui, se sei fortunata, alzi lo sguardo e riconosci la sagoma dell'aquila che plana sulle vette e sparisce dietro la cima. Oppure, puoi scoprire emozionata il segno del passaggio dell'orso, o dell'ancora più elusivo lupo: un'impronta, un ciuffo di peli. O ancora, puoi riposarti sul prato al suono dei campanacci al collo delle dolci mucche bianche, che ti guardano con curiosità mentre ruminano...

Tutto questo, i protagonisti di "D'un tratto nel folto del bosco" non possono farlo, perché gli animali non ci sono più. Sono spariti. Tutti, dai grossi mammiferi ai piccoli insetti, dagli animali da compagnia ai pesci nel fiume, sono andati via, quando non si sa e perché nemmeno: si sa solo che tanto tempo fa, Nehi, il demone dei boschi, portò con sé nel suo regno di alberi e foglie tutti gli animali del paese e del circondario, lasciandosi dietro solo il silenzio. E da allora, in questo paese mai nominato, nessun cinguettio, belato, muggito, ruggito fa compagnia agli uomini che sono rimasti soli. I grandi non parlano di questo problema, i bambini hanno paura a chiedere, solo la maestra Emanuela continua, ostinata e un po' folle, derisa da tutti, a spiegar loro cos'è un uccello, un gatto, un pesce...

Finché Mati e Maya, i due bambini più svegli del paese - soprattutto Maya, coraggiosa e impavida - decidono che devono assolutamente risolvere quel mistero. I due bambini si inoltrano nel profondo del bosco in cerca di una risposta, e avvertono strane e per loro sconosciute presenze: il guizzo di un pesce in un ruscello, un frullare d'ali tra le foglie... Un grande mistero avvolge quei luoghi, e i due bambini, perdendo la strada e smarrendosi tra gli alberi, in un verde intenso che diventa sempre più nero, capiranno finalmente perché gli animali sono andati via, e soprattutto affronteranno le loro più grandi paure. Incontreranno infatti Nehi, il grande e pauroso demone del bosco, colui che li terrorizza scendendo in paese la notte, e impareranno una grande e dolorosa realtà: non tutto è come sembra, e spesso basta molto poco per fare del male.

La prosa di Amos Oz è magica, evocativa e intensa: io mi sono lasciata affascinare dalla musica delle sue parole e dal ritmo dei suoi lunghi, avvolgenti periodi. Un bellissimo racconto, adatto anche ai più giovani, per parlare dell'amore per la natura e del rispetto per chi è "diverso" da noi.

UN VOLTO ALL'AUTORE

Amos Oz è uno scrittore, giornalista e saggista israeliano, nato a Gerusalemme nel Maggio del 1939.

Cheers,
Eva

martedì 19 luglio 2016

Per riflettere un po'

Hello!

Questi non sono bei giorni, con le notizie angoscianti che riceviamo da paesi a noi vicini: la Francia, la Turchia, gli Stati Uniti... Gli eventi crudeli di cui leggiamo sui giornali, le immagini e i servizi in televisione, e poi, cercare le parole giuste per raccontare a tuo figlio il mondo, lui che ha nove anni e crede che tutto sia bello e puro come i lunghi pomeriggi che passa a giocare a pallone con i suoi amici in giardino... i dubbi, se sia giusto o no parlargli della realtà, raccontargli che le cose terribili succedono, che al mondo non ci sono solo brave persone ma anche i pazzi, i fanatici. Quelli che odiano chi la pensa diversamente, chi appartiene a un'altra razza, lingua, religione, nazione. Quelli che detestano chi è libero e pretendono di riportare tutti noi al medioevo.
Ho amici cattolici, ebrei, musulmani, bianchi e neri, etero e omo, e insieme a loro ci chiediamo perché. Perché, sempre più spesso, in nome di Dio, del colore della pelle, del sesso di chi si ama, si uccide e si semina terrore.

I fanatici, di ogni colore e religione, mi fanno paura, perché chi non ha dubbi è davvero pericoloso.

In questo blogghino si parla di libri, e allora, senza uscire troppo fuori tema, vi presento un libretto che abbiamo in casa da tempo, e che in tempi come questi dovrebbe essere una lettura per tutte le persone libere, per chi accetta il compromesso, per chi crede ancora che la pace è possibile.

CONTRO IL FANATISMO
Amos Oz

Un tema: il fanatismo. Una domanda: come curarlo? Una risposta: l'esercizio salutare del compromesso. Amos Oz, che ci ha già fatto sentire nei suoi romanzi la contraddizione, il dolore, la ferocia del conflitto israelo-palestinese, affronta di petto in questo libro il tema del fanatismo e impartisce una memorabile lezione di lucidità, passione, cultura e buon senso. Tratto da tre interventi dello scrittore all'Università di Tubinga, in Germania, Contro il fanatismo è un libro che, come si suol dire (ma questa volta con ragione di causa), dovrebbe far parte del corredo delle letture scolastiche, e, più in generale, essere patrimonio comune di lettorei che abbiano a cuore la civiltà del vivere contro la "cultura della morte".

Vi lascio con un brano del libro, che ci racconta di come il fanatismo, l'odio e la cattiveria possano essere sconfitti, ridotti al silenzio, ricacciati indietro grazie alla logica e all'esercizio del libero pensiero. Non lasciamoci andare alla barbarie.

Un mio caro amico nonché collega, quel fantastico narratore israeliano che è Sammy Michael, ha vissuto un giorno un'esperienza che può capitare a tutti, prima o poi: una lunga tratta in macchina con un autista che prodiga la solita lezione sull'urgenza, per noi ebrei, di far fuori tutti gli arabi. Sammy l'ha ascoltato e invece di sbraitare: "Ma che razza di obbrobrioso individuo è lei, un nazista, o un fascista?", ha deciso di comportarsi diversamente.
Ha dunque domandato all'autista:
"Chi pensa che dovrebbe uccidere tutti gli arabi?"
Questi ha risposto:
"Che intende dire? Noi! Gli ebrei israeliani! Dobbiamo! Non c'è altra scelta, guardi che cosa ci fanni quelli ogni giorno!"
"Ma chi esattamente dovrebbe fare il lavoro? La polizia? O forse l'esercito? O la brigata di artiglieria? O le squadre mediche? Chi farà tutto il lavoro?"
L'autista si è grattato la testa e ha detto:
"Penso che dovrbbe essere equamente diviso fra noi, ognuno dovrebbe ucciderne qualcuno"
Sammy, fedele al gioco, ha continuato:
"Ok, supponiamo che a lei venga assegnato un condominio nella sua città, Haifa, e debba bussare a ogni porta o suonare il campanello, e domandare: 'Mi scusi signore, o mi scusi signora, lei è arabo?' e se la risposta è sì, allora sparare. Poi lei finisce il suo condominio, se ne sta per andare a casa, ma in quel momento", dice Sammy all'autista, "sente che su al quarto piano c'è un bimbo che piange, Che fa, torna indietro e spara al bambino arabo?"
C'è stato un momento di silenzio, e poi l'autista ha detto a Sammy Michael:
"Lo sa? Lei è molto crudele".

Cheers,
Eva