giovedì 29 ottobre 2015

Hello!

Dalla pagina dei "lavori in corso" della CE Triskell Edizioni (qui):


Lo vedete, là, piccolino e circondato di giallo?
No?
Ve lo ingrandisco:



Riuscite a immaginarlo? Il mio lavoro è sulla strada della pubblicazione!
Non avrei mai, mai creduto possibile riuscire a realizzare questo piccolo sogno, che adesso si sta trasformando in realtà.
Una piccola, emozionante realtà.

Un grazie gigantesco alle ragazze della Triskell, che hanno creduto in me e nella mia storia di Natale, e in particolare a Barbara, che ha creato per la mia novella una copertina splendida...

A presto per tutte le info.

Cheers,
Eva

domenica 25 ottobre 2015

Hello!





Quando vi chiedono perché amate questo sport, mostrate questa foto!
Sonny Bill Williams, seconda linea centro degli All Blaks, appena vittoriosi contro il Sudafrica nella seminifinale che garantisce l'accesso alla finalissima del campionato del mondo di rugby, va a consolare Jesse Kriel, uno degli avversari sconfitti (vedi qui).

Solo nel rugby!

Non è un caso se calciatore, in inglese, si dice "football player", e rugbista, invece, "rugbyman".

Cheers,
Eva


venerdì 23 ottobre 2015

Hello!



"La più bella vittoria l'avremo ottenuta quando le mamme italiane spingeranno i loro figli a giocare a rugby se vorranno che crescano bene, abbiano dei valori, conoscano il rispetto, la disciplina e la capacità di soffrire. Questo è uno sport che allena alla vita"
John Kirwan, campione del mondo con la Nuova Zelanda, allenatore della Nazionale Italiana di Rugy.

Cheers,
Eva

mercoledì 14 ottobre 2015

NIENTE E' LONTANO COME UN MINUTO FA


CAPITOLO 14
 

Simon salì lentamente le scale, illuminate fiocamente dai lampioni all'esterno attraverso gli alti finestroni a doppio battente. Il piano superiore del dipartimento era del tutto deserto.
Ovvio, chi diamine poteva essere rimasto a lavorare in Università alle otto di un venerdì sera, mentre il resto della città si stava preparando all'inizio del weekend?
E cosa diamine ci faceva lui, a vagare in quei corridoi austeri e vuoti, nei quali i suoi passi rimbombavano minacciosi nonostante lui facesse attenzione a camminare con cautela?
Simon scosse la testa, sospirando.
Da quando aveva cominciato ad avere a che fare con Olivia , si ritrovava a fare e dire cose del tutto insolite.
Perché stava salendo le scale, diretto proprio verso il suo ufficio, sicuro di trovarla china su un computer o immersa nella lettura di un tomo polveroso, o a fare simulazioni o chissà che diavolo altro poteva fare in tutto quel cavolo di tempo che dedicava a quei maledetti scheletri?
Ma non aveva una vita, quella donna?
E tu, non ne hai una?
Che cosa cavolo lo aveva spinto a vagare in moto per tutto il pomeriggio, da solo, fino a fermarsi poi davanti all'ingresso dell'Università, domandandosi come diamine c'era arrivato?
Cosa stava cercando, là?
Risposte, probabilmente.
Risposte alle domande che lo stavano tormentando senza tregua dalla sera precedente.
Da quando l'aveva vista, splendida con quel vestito elegante, una visione colorata in mezzo a un mare di nero, e non era riuscito a distogliere lo sguardo dal suo viso, dai suoi occhi. Dalle sue labbra.
Da quando aveva sentito il suo calore, quando gli si era strusciata addosso su quella panca sotto gli elefanti, mezza ubriaca, e gli aveva respirato addosso mentre gli stringeva la giacca.
Soprattutto, da quando non aveva resistito a quell'assurdo, fortissimo impulso che lo aveva spinto a toccarla. Toccarla per la prima volta da quando l'aveva vista. Toccarle le labbra, Dio mio, quelle labbra...
Le dita gli formicolarono mentre risentiva la sensazione del suo braccio, del suo collo, della sua guancia.
Le aveva chiesto di guardarlo. Cosa sarebbe successo, se lei non fosse fuggita e, invece, avesse voltato il suo viso verso di lui? Si sarebbero baciati? E poi?
Simon non riusciva a pensare. Non riusciva a pensare a nient'altro che a lei.
Arrivato al primo piano, gettò uno sguardo alla sua sinistra, dove un lungo corridoio si perdeva nell'oscurità. Parecchie porte si affacciavano da un lato e dall'altro del corridoio, ma solo una era aperta e la stanza illuminata.
Simon si diede dello stupido e decise di andarsene.
Si girò su sé stesso, ma in quel momento sentì un'imprecazione provenire proprio dall'unica stanza illuminata:
«Accidenti a te, stupido bestione! Aaargh!»
Simon sorrise brevemente tra sé.
Avanzò rapidamente fino al rettangolo illuminato e appoggiandosi allo stipite si soffermò brevemente a guardare dentro.
Proprio di fronte a lui, Olivia era alle prese con una delle sue simulazioni al computer, e imprecava contro lo schermo come se questo avesse deciso di farle un affronto personale.
Batteva freneticamente sui tasti, aspettava qualche secondo, poi, quando il risultato dei suoi sforzi appariva sullo schermo ed evidentemente non rispondeva a quello che si aspettava, agitava le mani verso il computer stringendo i denti e prorompendo in esclamazioni sempre più arrabbiate:
«Aaargh! Maledetto! Perché non giri, perché, perché? Che cosa vuoi di più da me?»
Simon aspettò qualche secondo, guardando stupito quello spettacolo, e suo malgrado intrigato.
Olivia aveva il ginocchio tirato su, il piede sulla sedia, come se fosse una qualunque studentessa alle prese con un compito d'esame.
Simon scosse la testa: non riusciva ancora a credere di essere lì.
Di venerdì sera.
Non seppe resistere e si rivolse a Olivia, facendo un passo dentro la stanza:
«Credi che prima o poi il computer ti risponderà?»
«AAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHH!» Olivia lanciò un urlo che riecheggiò per tutto il corridoio, fece un salto sulla sedia che schizzò indietro sulle rotelle e andò a sbattere contro la scaffalatura alle sue spalle, provocando il crollo di una decina di manoscritti e un numero imprecisato di modellini di dinosauri. Uno di essi, particolarmente voluminoso, rovinò su uno scheletro in gesso che faceva mostra di sé, parzialmente rimontato, su un basso tavolino accanto alla scrivania.
Olivia cercò disperatamente, e inutilmente, di impedire il disastro che seguì, mentre Simon irrompeva nell'ufficio, cercando di tranquillizzarla:
«Sono io, non spaventarti...»
Lo sguardo desolato che Olivia aveva, mentre contemplava i pezzi di Troodon che ricoprivano i fascicoli dei rendiconti degli anni precedenti, inondati anche dal tè fuoriuscito dalla tazza che lei aveva poggiato in equilibrio instabile sul tavolino, si trasformò in un'occhiata furente quando lei sollevò il viso verso Simon, che si fermò a pochi passi dalla sua scrivania:
«Blake!»
Simon si zittì, notando il disastro che aveva causato con la sua entrata improvvisa. Se esisteva anche una sola remota possibilità di... di cosa? Ma cosa aveva in testa, quando aveva deciso di raggiungerla?
«Dio, Blake! Maledizione!» continuava Olivia, cercando inutilmente di tamponare con un fazzoletto di carta i fogli in cima alla pila, che ora apparivano irrimediabilmente fradici. Nello stesso istante in cui l'aveva visto apparire sulla porta era arrossita violentemente, e cercava di tenere il viso nascosto agitandosi freneticamente.
«Aspetta, ti aiuto...» Simon si avvicinò e chinandosi cominciò a recuperare da terra i frammenti di tazza e di gesso, poggiandoli poi sulla scrivania.
«No! Lascia perdere, maledizione!» ripeté Olivia, furiosa. «Che stai facendo qui? Come ti salta in mente di entrare così nel mio ufficio? Nessuno ti ha insegnato a bussare, Blake?»
Simon indietreggiò, e cominciò ad irritarsi.
Non aveva certo voluto provocare tutto quel danno.
Dannazione, se lei era così tesa da saltare in quel modo ad una semplice frase di saluto...
«Mi dispiace. Non volevo spaventarti.»
«Oh, non mi hai spaventato, Blake! Come può venirti in mente che mi spaventi sentire all'improvviso una voce parlarmi, quando sono pressoché sicura di essere sola nell'intero dannatissimo dipartimento?» ironizzò Olivia, continuando a recuperare pezzi di gesso ormai fradici dal pavimento. «Almeno, speravo di essere sola! Dio, Blake! Speravo che almeno per un po' la tua presenza mi fosse risparmiata! Osavo sperare di non vederti più per l'intero weekend!»
«Io...»
Simon era interdetto. Si detestava per essersi messo in quella situazione di inferiorità. Cosa gli era venuto in mente? Perché diavolo se ne stava ritto davanti a lei, adesso, facendo la figura del perfetto idiota, visto che non riusciva a spiccicare una singola parola?
Lo sguardo gli scivolò dagli occhi di lei, furenti, alle guance arrossate, e poi, involontariamente, giù fino alla gola e alla scollatura appena accennata della maglia. Il petto le si alzava e abbassava affannosamente per la collera.
«Lo sapevo che porti solo guai, Blake!» La voce di Olivia tremava. «Lo sapevo! Si può sapere che cosa ci fai qui, a quest'ora, santo cielo? No, non dirmelo. Non me ne frega niente di quello che tu fai o non fai, Blake...»
«Cristo, Olivia! Mi chiamo Simon!»
Simon la interruppe urlando, e lei, sorpresa, si zittì. Aprì la bocca per rispondere piccata, poi la richiuse vedendo che lui si avvicinava al piccolo divano alla sua destra e vi si lasciava cadere, apparentemente esausto.
Olivia seguì i suoi movimenti ad occhi spalancati, mentre lui si sporgeva in avanti, appoggiava i gomiti sulle gambe e poi la guardava con uno sguardo strano.
«Mi chiamo Simon,» ripeté lui più piano. «Lo so che mi odi, ma... potresti dire il mio nome, una volta? Almeno una volta?»
Poi abbassò la testa e posò la fronte sulle mani, rimanendo così, in silenzio, a capo chino.





venerdì 9 ottobre 2015